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Nel momento in cui credi di aver compreso la morte, Lei arriva, ti accarezza e ti confonde di nuovo.

Quel pensiero mi paralizzava, da quando E. si era ammalata.

Non credevo che le malattie potessero colpire, in maniera così casuale e priva di significato, le persone che non avevano fatto nulla per meritarselo.

Poi capii che era un pensiero sciocco perché, nella mia concezione utopica, neanche il peggiore tra gli uomini meriterebbe di ammalarsi.

Su quella poltrona mi vennero in mente le parole di Albert Sabin, il medico che sviluppò il vaccino per la poliomielite:

«La medicina deve impegnarsi perché la gente, arrivata a una certa età, possa coricarsi e morire nel sonno senza soffrire»

La pensavo esattamente come lui.

Sia chiaro: non pretendevo un mondo senza malattie, perché sarebbe stato impossibile.

Ciò che desideravo era un mondo in cui esistesse una cura per tutte le malattie.

Un mondo dove la parola “cancro”, per esempio, non avrebbe più spaventato.

Erano sicuramente ottimi propositi.

Dentro di me coltivavo quella volontà nell’aiutare il prossimo, tipica dei medici – quelli veri.

Capii, però, che per voler fare il medico la sola volontà non bastava.

Se in futuro volevo aiutare le persone sofferenti, dovevo fare solo una cosa: studiare.

Pensai molto a quella volta che accompagnai E. al pronto soccorso.

La dottoressa di turno le guardò in maniera superficiale la gola, vide che era infiammata e le diagnosticò una laringite – quando invece aveva un tumore che stava crescendo.

Pensando a quell’episodio, promisi solennemente a me stesso che se fossi diventato quel tipo di medico avrei abbandonato la professione medica – senza pensarci due volte.

Non potevo più prenderla come un gioco, la questione era seria: c’era in ballo la vita delle persone.

Fu quella promessa che mi diede la carica giusta, per cominciare seriamente con gli studi.

I primi esami andarono bene.

Col tempo, E., cominciò a stare meglio, fino a guarire completamente.

Lei era stata “fortunata” nella sua sfortuna.

Il linfoma di Hodgkin è oggi uno dei tumori con la prognosi migliore – i casi di guarigione si aggirano sul 75% circa.

Alla fine, io e E. ci lasciammo – per vari motivi.

Un po’ ci rimasi male, ma ero comunque felice per la sua guarigione.

Il primo anno di medicina fu ricco di esperienze.

Il seminario di biochimica, dove parlai davanti ad un’aula intera.

Il primo intervento chirurgico cui assistetti: cardiochirurgia, la mia prima divisa da chirurgo, adrenalina pura.

Il camice bianco e lo stetoscopio.

L’ansia, prima degli esami difficili.

La gioia che provai dopo aver superato l’esame con il prof. P. – il più terribile, tra i docenti del primo anno.

Il senso di rivalità, ma anche di fratellanza e rispetto reciproco, che c’è tra noi colleghi.

Ecco cosa significa essere uno studente di medicina.

Significa accettare sei lunghi anni di sofferenze, di delusioni – perché quelle ci saranno sempre – ma anche di emozioni realmente vissute.

In poche parole, per me, voler diventare medico significa una sola cosa:

sentirmi vivo.

6 COMMENTS

  1. Complimenti per il blog!!!Complimenti per la scrittura, ho letto la storia con le lacrime agli occhi! Ho trovato anche gli ultimi articoli interessanti, la mente umana è qualcosa di straordinariamente affascinante!

  2. Che storia! Questo si chiama essere determinati…!
    Devo ammetterlo sto ancora piangendo, ma ne è valsa la pena.
    Magari tutti i medici la pensassero come te ‘Non potevo più prenderla come un gioco, la questione era seria: c’era in ballo la vita delle persone.’ Farei leggere la tua storia a quei medici che sembra svolgano il proprio lavoro solo per soldi.
    Oltretutto sei un bravissimo scrittore e credo che lo stesso valga nel campo medico. Fortunati i tuoi futuri pazienti!

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