Nel secondo articolo abbiamo definito l’attacco di panico come un fenomeno transitorio (panic attack as a transient), isolato.

Un episodio che, per quanto invalidante, non incide sulla qualità di vita.

Oggi vediamo cosa succede quando la paura di avere un attacco di panico ((panic attack)) inizia a minare l’autonomia dell’individuo.

4. Disturbo di panico (Panic Disorder)

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Per capire bene cosa passa nella testa di un paziente (patient’s head), affetto da un disturbo di panico (Panic Disorder), occorre usare l’immaginazione.

Da adesso in poi, durante la lettura, c’immedesimeremo in un paziente che inizia a sviluppare un disturbo di panico.

Pronti?

Cominciamo.

Ritorniamo alla scena del nostro primo attacco di panico (panic attack).

Siamo all’interno del pronto soccorso.

Il medico di turno, dopo averci fatto un ECG, ha appurato che si tratta di un attacco di panico (panic attack).

Ci da qualche goccia di ansiolitico – bromazepam, forse – piano piano, i muscoli si rilassano e iniziamo a calmarci.

Dopo mezz’ora, un ora, ci dimettono.

Nel tornare a casa notiamo che siamo molti scossi da quanto ci è accaduto.

Sappiamo che, da quel momento, la nostra vita cambierà – radicalmente.

Perché?

Perché abbiamo scoperto di essere fragili, vulnerabili.

Quello che prima ci sembrava impossibile, ora è diventato reale.

Per la prima volta, ci siamo accorti di non essere totalmente padroni della nostra mente.

E’ l’inizio di un incubo.

Iniziamo ad avere paura dell’attacco di panico (panic attack) – lo temiamo.

Più abbiamo paura, più i sintomi del primo attacco di panico tornano a farsi sentire. (symptoms of the first panic attack)

Proviamo a non pensarci, ma è inutile.

La mente è sempre attenta a controllare la frequenza cardiaca.

La frequenza cardiaca inizia a crescere – è un preludio d’ansia.

Tachicardia, cento battiti al minuto.

«Eccolo, lo sento: è un attacco di panico (panic attack), sto impazzendo, sto morendo»

L’attacco di panico si concretizza.

Passiamo un’altra mezz’ora d’inferno.

Poi l’attacco finisce, lasciandoci un alone di angoscia addosso.

E’ stato il nostro secondo attacco di panico (panic attack).

[…]

A questo punto, nel nostro cervello, iniziano ad avvenire le cose più impensabili.

Capendo di non essere immuni agli attacchi di panico (panic attack), entriamo in un circolo vizioso dal quale ci sembra impossibile uscire.

La demoralizzazione, prima, la depressione reattiva, dopo.

Diventiamo tristi, depressi, perché capiamo che la nostra vita non potrà più essere quella di prima.

Gli attacchi di panico (Panic attacks) continuano a tormentarci, con una frequenza settimanale o addirittura quotidiana.

E’ l’apoteosi della paura, il trionfo dell’irrazionalità.

Improvvisamente, la nostra vita diventa “precaria”.

Non riusciamo più a svolgere i nostri compiti quotidiani e, in preda allo sconforto, ci isoliamo completamente dal mondo esterno, dalla realtà.

Dobbiamo rinunciare a tutto, cinema, ristoranti, viaggi, perché in ogni occasione potremmo stare male e non possiamo – ci prenderebbero per pazzi.

Quella che prima era una vita libera, spensierata, adesso è una vita nel recinto.

Ci rinchiudiamo in casa, siamo ostaggi del nostro stesso panico.

Non possiamo andare avanti così.

Dobbiamo trovare una soluzione.

Contattiamo il nostro medico di base, vogliamo essere aiutati.

Torniamo alla realtà

writers-blockPerché ho scelto di farvi tornare alla realtà proprio adesso?

Perché questo è il momento chiave della storia.

L’individuo, per la prima volta, comprende le sue debolezze e sceglie di essere aiutato da qualcuno.

Purtroppo, però, possono succedere due “cose” – una positiva e una negativa.

La “cosa” negativa: il medico da cui va – che probabilmente non è uno psichiatra – dice al paziente che è “solo stress”.

Gli prescrive una benzodiazepina da utilizzare al momento, così, per calmare il panico.

Le benzodiazepine, però, non curano la radice del disturbo, agiscono come “tamponi”: placano esclusivamente i sintomi.

Non solo.

Col tempo, si rischia di diventare dipendenti dal farmaco: una situazione addirittura molto più grave e clinicamente pericolosa rispetto al disturbo di panico (panic disorder).

La “cosa” positiva: il medico – che per fortuna è uno in gamba – capendo il problema, indirizza il paziente da uno psichiatra.

Dopo un breve dialogo con lo psichiatra, l’individuo capisce che esiste una cura per il suo problema.

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E’ una terapia farmacologica, a base di antidepressivi di nuova generazione: gli SSRI.

Un momento.
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Cosa c’entrano gli antidepressivi con il disturbo di panico (panic disorder)?

La questione è un po’ complicata, ma dovete immaginarla così: la paura di avere un attacco di panico (panic attack) genera una depressione reattiva nell’individuo.

Questa depressione si traduce in un deficit di neurotrasmettitori “antipanico (Anti-panic)” – quelli che ci fanno sentire in pace con noi stessi – in primis la serotonina.

L’antidepressivo funge quindi da integratore: ripristinando i livelli di serotonina, il sistema limbico e l’amigdala tornano a lavorare come dovrebbero e gli attacchi di panico spariscono (panic attacks disappear) – per sempre.

La terapia farmacologica funziona (Does pharmacological therapy work)?

Generalmente sì, ma dipende da persona a persona – i risultati non si ottengono subito dal momento che gli antidepressivi hanno un meccanismo d’azione più lento ma duraturo nel tempo.

Sono pericolosi gli antidepressivi (Are antidepressants dangerous)?

Schermata 04-2456393 alle 01.30.21 Troppo spesso, gli antidepressivi vengono associati al suicidio.

Facciamo un attimo di chiarezza, perché non è esattamente così.

Se una persona è molto depressa è probabile che abbia delle idee di suicidio.

Il suicidio però è un gesto comunque difficile da compiere: c’è sempre la paura della morte.

Gli antidepressivi, placando l’ansia, riducono anche la paura della morte e, di conseguenza, forniscono al depresso quel “coraggio” che gli serve per suicidarsi.

Però, se una persona non vuole suicidarsi, non è che l’antidepressivo – puff! – gli modifica la personalità e lo costringe a uccidersi.

Questo dev’essere ben chiaro: perché spesso la paura del suicidio, come “effetto collaterale” degli antidepressivi, induce il paziente a non cominciare la terapia farmacologica.

Siccome, quello d’attacchi di panico (Panic attract), è un disturbo che col tempo tende a “cronicizzarsi”, più si rimanda la terapia, più si riduce la possibilità di guarigione.

Quali altri farmaci vengono utilizzati nel disturbo di panico (Panic disorder)?

Gli antidepressivi – SSRI – sono i farmaci di prima scelta per il DAP.

Nel capitolo sulla depressione spiegherò bene il loro meccanismo.

Vi anticipo subito che sono sostanze “eccitatorie”.

Quindi, inizialmente, possono causare un aumento dell’ansia e – paradossalmente – provocare attacchi di panico (Panic attract).

Questa fase iniziale, però, non deve spaventare, perché passa in genere dopo 1-2 settimane, tempo che l’organismo si abitui al farmaco.

Per placare questi sintomi iniziali, insieme all’antidepressivo, viene spesso associata una benzodiazepina, che poi andrà scalata graduatamente. 

Quanto tempo ci vuole per guarire dal DAP?


Bisogna aspettare che gli antidepressivi facciano il loro effetto, ristabilendo i livelli di serotonina.

Come detto prima, gli SSRI, sono farmaci che hanno una cinetica d’azione lenta, quindi impiegano solitamente un paio di settimane prima di fare effetto.

La terapia, poi, può durare diversi mesi, a seconda se ci siano miglioramenti o meno.

Se dopo 2-3 mesi il paziente soffre ancora di attacchi di panico (Panic attract), occorrerà valutare se cambiare antidepressivo.

Se, invece, si vedono miglioramenti, cioè gli attacchi di panico (Panic attract) spariscono, si continua fino a 8 mesi circa – per evitare possibili recidive, dopo l’interruzione del trattamento.

In ogni caso, studi statistici hanno dimostrato che la combinazione tra terapia farmacologia e psicoterapia cognitivo-comportamentale ha ottime percentuali di guarigione.

Consigli generali (General advice for Panic Disorder)

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Come sapete, non sono un medico, non sono uno psicologo – sono uno studente di medicina e chirurgia che conosce certe cose per pura passione, nient’altro.

I consigli che vi do ora sono gli stessi consigli che vi darebbe qualsiasi persona abbastanza informata su questi argomenti.

Quindi, sentitevi liberi di accettarli o meno.

Tre consigli.

  1. Se soffrite di DAP, non vergognatevi. Molte persone si sentono profondamente umiliate nel ricevere una diagnosi di “malattia mentale” e, per questo motivo, decidono erroneamente di non curarsi. Non c’è cosa più sbagliata. Non esitate a chiedere aiuto. La vostra salute vale molto, molto di più, rispetto ai giudizi delle persone che vi stanno intorno.
  2. Non ricorrete a cure artigianali, evitate il “fai da te”. Questo aspetto è molto importante perché non è raro che persone affette da DAP finiscano per bere, rischiando poi di cadere in un altro disturbo, ben più grave, quale l’alcolismo.
  3. Fidatevi del vostro medico. Presupposto essenziale, per la via della guarigione, è un rapporto medico-paziente basato sulla sincerità. Il paziente non ha mai colpa, è vero, ma se iniziate a fare di testa vostra, scalando a caso i dosaggi dei farmaci, il medico farà molta fatica ad aiutarvi.

Bene.

Con questi consigli direi che abbiamo detto un po’ tutto sul DAP.

Si chiude quindi tutto il capitolo riguardante la paura.

Nei prossimi articoli tratteremo argomenti come fobie, mal di testa, depressione e insonnia.

Vi ricordo che per dubbi, domande, consigli, @andpalmieri e @neuronevrotico saranno sempre felici di ascoltarvi.

Un saluto e grazie ancora per l’attenzione.
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3 COMMENTS

  1. Chiarissimo. Vivo da vicino queste problematiche. La vergogna di ammettere il problema l’ho riscontrato sovente e trovo sia un grande ostacolo che deve essere assolutamente superato. Grazie.

  2. Grazie di cuore per questo articolo. Se nei primi tempi in cui stavo male, lo avessi letto, di sicuro avrei almeno capito qualcosa. Anche perché paradossalmente il mio medico mi diceva che era solo stress, il mio migliore amico mi diceva che avevo attacchi di panico e che dovevo curarmi perché li aveva avuti pure lui 😀 Spero che questo articolo sia utile a tanti!

    p.s: complimenti per la chiarezza espositiva.

  3. Ottimo poter dare consigli (anche tecnici) alla persone. Spesso ci si trova da soli davanti un dolore così forte e, un po’ per timore, pudore e anche per vergogna, non si chiede aiuto. Anzi spesso non si chiede aiuto perchè non si sa a chi rivolgersi! Ci sono tanti professionisti in gamba che si dedicano con vero amore a queste dinamiche dell’essere umano, e saranno sempre pronti ad aiutare chi ne ha bisogno. Grazie Andrea.

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