Che l’inconscio (unconscious) esista non ci sono dubbi ma, dal punto di vista neuroanatomico, ancora nessuno conosce con esattezza le vie nervose in cui esso è implicato.

Tuttavia, come spesso accade in neurologia, la conoscenza del funzionamento di certe aree, e la loro correlazione con l’inconscio (unconscious), ci arriva dalle patologie che possono affliggere il sistema nervoso.

In particolare, in questo articolo, voglio parlarvi di tre patologie in cui l’inconscio (unconscious), in tutto il suo splendore, emerge dai substrati cerebrali dove lavora e in cui resta nascosto.

Prima di entrare nel vivo di queste patologie, dobbiamo fare alcune premesse teoriche che saranno utili per far apprendere al meglio la lettura anche ai “non addetti”.

Un tempo – si parla di neanche 30 anni fa – il sistema nervoso veniva concepito come una struttura a “compartimenti stagni”: cosa vuol dire?

Ebbene, tempo fa, si riteneva che nel cervello (brain) ci fossero tre compartimenti distinti e che ognuno lavorasse per conto proprio, in maniera autonoma.

In questa teoria il cervello (brain) era diviso in un compartimento prettamente motorio, un compartimento  sensitivo e un compartimento associativo in cui tutte le percezioni, che provenivano dell’ambiente esterno, venivano elaborate.

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Dal punto di vista della citoarchitettonica questa teoria è corretta: infatti, se andiamo a considerare quella che è la struttura della corteccia cerebrale nei tre compartimenti, notiamo che ci sono delle differenze evidenti.

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Qui vediamo rappresentati i tre tipi di “architettura” dei vari compartimenti, sono neocortecce, in particolare isocortecce, a sei strati: naturalmente nel compartimento motorio troveremo una quantità di fibre efferenti maggiormente rappresentate, nel compartimento sensitivo avremo un numero maggiore di fibre afferenti, mentre nel compartimento associativo avremo una distribuzione pressoché equa tra vie afferenti ed efferenti.

La logica conseguenza di questa “teoria dei compartimenti stagni” fu che la percezione e il movimento furono inizialmente considerate divise tra di loro: il movimento da una parte, la percezione dall’altra.

Questa teoria andò avanti per molti anni fino a quando, tra gli anni ’80 e ’90, a Parma, un gruppo di ricercatori, tra cui Rizzolatti e Gallese, scoprirono, nelle aree premotorie delle scimmie, particolari neuroni che chiamarono neuroni specchio.

Successivamente, Sakata, ritrovò gli stessi neuroni nel lobo parietale posteriore, prima considerato esclusivamente associativo, percettivo.

Infine, questi neuroni furono scoperti nell’uomo e poi ritrovati nell’area di Broca, tramite la risonanza magnetica funzionale, da Buccino insieme ad alcuni ricercatori dell’università di Düsseldorf, in Germania.

Come afferma Ramachandran:

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In effetti, la grande “novità” fu che questi neuroni specchio, non solo erano motori, ma anche percettivi: quando l’animale compiva un’azione, motoria, come per esempio raccogliere una nocciolina, questi neuroni “sparavano” (in gergo significa emettere impulsi nervosi), ma sparavano anche quando l’animale vedeva compiere la stessa azione.

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Per cui la teoria del cervello (brain) a compartimenti stagni non aveva più senso, dal momento che la percezione e la motricità sono biunivocamente unite tra di loro: la corteccia associativa parietale e quella premotoria frontale comunicano, in continuazione, e questo ci può far comprendere alcune situazioni patologiche in cui questa connessione, questo circuito, frontoparietale, viene meno.

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Innanzitutto, ciò che dobbiamo considerare è la via ottica, classica, che parte dai fotorecettori della retina, passa dai neuroni bipolari e dai neuroni gangliari che andranno a costituire il nervo ottico: i due nervi ottici incrociano soprano l’ipofisi (chiasma ottico) e proseguono come tratto ottico fino a raggiungere i nuclei genicolati laterali del talamo. Da questi nuclei si procede con la radiazione ottica e si arriva alla corteccia visiva primaria nel lobo occipitale.

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Ma una volta che gli impulsi sono arrivati alla corteccia visiva primaria, questo non basta per attribuire un significato all’oggetto della visione.

Dalla corteccia visiva primaria partono infatti due vie, la via dorsale del dove/come che arriva al lobo parietale posteriore e ci da un’informazione sulle coordinate visuo-spaziali dell’oggetto della visione e su come, eventualmente, possiamo interagire con esso, e la via ventrale  del cosa che arriva a parte dei lobi temporali e ci da un’informazione su “cosa” stiamo vedendo.

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Iniziamo quindi ad analizzare alcune patologie: vi farò prima vedere una patologia che colpisce la via dorsale del dove/come e, in seguito, una che colpisce la via del cosa, per farvi capire come non basta che l’impulso visivo arrivi all’area visiva primaria, ma dev’essere ulteriormente elaborato affinché possiamo averne un significato preciso.

In primo luogo, ribadiamo il concetto che queste persone vedono: hanno una retina assolutamente sana, un nervo ottico assolutamente sano, una corteccia visiva assolutamente sana – ciò che non funziona è il lobo parietale.

Come si può vedere dall’immagine sottostante, al paziente in questione viene chiesto di rappresentare l’immagine che gli viene mostrata, dapprima un cerchio, poi un triangolo e, via via che l’informazione visiva diventa sempre più complessa, si nota l’enorme fatica che questi soggetti hanno nel riprodurre le immagini a complessità maggiore.

Tuttavia, queste persone non solo vedono, ma sanno cosa stanno vedendo, difatti se gli si chiede “dimmi che cosa vedi“, indicando una bicicletta, loro risponderanno correttamente “vedo una bicicletta“, perché la via ventrale del cosa, che viaggia nei lobi temporali, è assolutamente intatta, qui la lesione è nel lobo parietale.

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Guardiamo adesso la situazione opposta, e cioè una lesione nella via ventrale del cosa: anche in questo caso la via visiva è intatta, il lobo parietale è sano, ciò che non funziona è la parte medioventrale del lobo temporale.

Stesso esperimento di prima: al paziente viene proposto un modello da disegnare.

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Come potete notare il paziente è assolutamente in grado di riprodurre graficamente l’immagine che gli viene proposta, perché la via dorsale, parietale, del dove/come, è intatta, ma se provate a chiedergli “dimmi che cosa stai vedendo” loro risponderanno sempre in maniera errata: alla vista di una chiave rispondono “non so cosa sia“, se guardano un maiale “uhm, potrebbe essere un cane forse, o qualsiasi altro animale” e, con l’aumentare dell’informazione visiva le risposte diventano sempre più assurde.

Esistono numerose altre patologie che colpiscono il lobo parietale posteriore e il lobo temporale visivo, ma ce ne sono due, in particolare, dove il meccanismo dell’inconscio (unconscious) emerge del tutto: per quanto riguarda il lobo parietale posteriore, nella via dorsale, del come/dove, una delle patologie più interessanti da comprendere è il neglectsindrome da negligenza spaziale unilaterale.

La caratteristica principale di questa malattia è il non riconoscimento dello spazio “visivo” di sinistra: per intenderci, se a questi soggetti viene proposto di disegnare un fiore o una casa, disegneranno solo la metà di destra, tralasciando completamente la metà di sinistra, oppure, se devono mangiare una pizza lasceranno intatta la metà sinistra, mangiando solo la metà di destra e così via.

Questa è una lesione del lobo parietale posteriore di destra in cui si ha una perdita delle coordinate visuo-spaziali e dell’attenzione nell’emicampo visivo di sinistra: è come se l’assenza del riconoscimento spaziale nel dove/come nascondesse il cosa.

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Per adesso prendetela così, nel prossimo articolo, dove parleremo dei neuroni specchio e dei circuiti frontoparietali, vi spiegherò meglio perché accade ciò, per ora concentriamoci sui sintomi.

Recentemente è stato fatto un piccolo esperimento in cui a questi pazienti è stato mostrato il disegno di due case: una che brucia (in alto) nella sua metà sinistra e un’altra normale (in basso).

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Naturalmente, chi non è affetto da questa patologia vede chiaramente che nel disegno c’è una casa che brucia in alto, ma i pazienti con neglect vedono solo la metà di destra di entrambe le case, tralasciando quella di sinistra: per cui vedono due case a metà assolutamente normali, senza accorgersi del fuoco che è a sinistra.

E qui viene fuori l’inconscio (unconscious)- perché se a queste persone chiedete “in quale delle due case preferiresti andare, in quella di sopra o in quella di sotto?” – tenetevi forte – tutti rispondono nella casa di sotto, nessuno sceglie la casa dove c’è il fuoco, anche se loro non sono consapevoli che la casa di sopra a sinistra brucia.

La cosa interessante è che se provate a chiedergli “mi puoi spiegare perché preferiresti andare nella casa di sotto?” – loro rispondono “perché mi sembra più bella della casa di sopra“.

Questo è un chiaro esempio di confabulazione: la risposta di questi pazienti è infatti assurda – come possono affermare che una delle due case è più bella se le vedono esattamente uguali?

In pratica, ciò che succede è questo: il nostro cervello (brain), quello umano, è dotato di massima razionalità, nel senso che dall’alba dei tempi siamo dei cercatori di cause e quando non riusciamo a capire queste cause, confabuliamo.

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In questi pazienti, a livello conscio, l’immagine dell’emicampo visivo di sinistra, dove c’è il fuoco, non riesce ad emergere perché c’è una disconnessione tra la corteccia visiva primaria e la parietale posteriore, però il loro inconscio (unconscious), che è ancora sano, elabora l’immagine per intero e li avverte silenziosamente del “pericolo” che si cela nella casa che brucia, influendo di conseguenza sulla loro scelta.

Per cui, da una parte, il loro “Io”, cosciente, gli suggerisce che le case sono uguali e che non c’è nessun pericolo, ma il loro inconscio (unconscious) li induce a non scegliere la casa che brucia e quando gli si chiede di spiegare perché, cioè la causa per cui preferirebbero andare nella casa di sotto, è come se il loro cervello (brain) per un millesimo di secondo andasse in tilt e finiscono per dare una risposta che per loro è razionale, ma oggettivamente è assurda: confabulazione.

Il fenomeno della confabulazione lo ritroviamo in tantissime altre patologie, come il blind sight o visione cieca.

Qui, a differenza del neglect il paziente è cieco, perché ha una lesione a carico dell’area visiva primaria.

Allora a questi pazienti è stato fatto un esperimento: si proiettano su un monitor dei fasci di luce che vanno in su, in giù, a destra, a sinistra ecc.

Si chiede quindi al paziente di dire qual è la direzione delle luci.

La prima reazione, più che motivata, sarà “ma se sono cieco, come faccio a vedere in che direzione vanno le luci?

Quindi il medico risponde “non preoccuparti, prova“.

Ora, che ci crediate o meno, il paziente “indovina” sempre la direzione delle luci e, se gli si chiede: “esatto, ma come hai fatto a capirlo?” loro risponderanno “ho tirato a caso, sono stato fortunato” – confabulazione.

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Parliamoci chiaro, se una persona indovina la direzione della luce “100 volte su 100” o ha una fortuna immensa oppure ci sarà “qualcosa” che inconsciamente li guida nella scelta.

Effettivamente quel “qualcosa” esiste davvero.

Perché noi abbiamo due visioni, una è quella classica, conscia, che dalla retina va alla corteccia visiva primaria, e l’abbiamo descritta prima, l’altra è una visione inconscia che dalla retina va ai collicoli superiori del mesencefalo e da questi alle cortecce visive extrastriate, che non sono danneggiate dalla lesione e che ci guidano, inconsciamente, nell’ombra, senza che noi ce ne accorgiamo.

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L’ultimo caso che voglio proporvi è una patologia che in passato veniva chiamata delirio di Capgras, in quanto si riteneva fosse la manifestazione di un complesso di Edipo non risolto, oggi invece, per sottolineare il carattere esclusivamente organico della malattia, si preferisce attribuirle il nome di sindrome di Capgras.

La questione è molto semplice: è una patologia della via ventrale, del cosa, una lesione a carico della scissura temporale superiore del lobo temporale – tale scissura è una via di collegamento tra il giro fusiforme e l’amigdala, che ormai conosciamo bene.

Che cosa vuol dire in termini semplici?

ImmagineIl giro fusiforme è un area del lobo temporale dove le informazioni visive, che giungono dalla corteccia visiva primaria, vengono elaborate per darci un’informazione relativa al riconoscimento dei volti, tanto è vero che se il giro fusiforme viene danneggiato abbiamo una patologia che è la prosopagnosia, ovvero l’incapacità totale di riconoscere i volti delle persone.

I pazienti affetti dalla sindrome di Capgras hanno anche la prosopagnosia?

No, perché il loro giro fusiforme è sano e i volti li riconoscono bene.

Hanno problemi come mancanza di emotività?

No, perché la loro amigdala funziona.

Dunque, dov’è il problema?

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Il problema risiede nel collegamento tra il riconoscimento di un volto (giro fusiforme) e il significato emotivo (amigdala) che si attribuisce a quel volto: nella sindrome di Capgras questo collegamento non funziona.

Vi faccio un esempio: quando voi guardate il vostro partner, affinché possiate riconoscerlo, non vi basta che gli impulsi visivi dalla retina giungano alla corteccia visiva primaria del lobo occipitale, questo è chiaro.

Ma non basta nemmeno che gli impulsi visivi dalla corteccia visiva primaria giungano al giro fusiforme: perché in quel caso voi riconoscete un volto e basta, non siete ancora in grado di attribuire a quel determinato volto il significato emotivo che gli spetta.

Quando, infine, dal giro fusiforme, l’impulso visivo giunge all’amigdala, il cervello (brain) elabora il fatto che quel volto che avete visto corrisponde emotivamente al vostro partner e lo riconoscete.

Funziona con il partner, ma anche con i genitori, persino con gli animali, con chi volete voi, purché quella persona abbia per voi un significato emotivo non nullo.

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Allora cosa succede nella sindrome di Capgras?

Succede che queste persone, quando vedono la moglie – e dal punto di vista visivo, sanno che costituzionalmente, fisicamente, quella persona è una donna “identica” alla loro moglie – siccome manca il collegamento finale, cioè quello emotivo, non riescono più a riconoscerla in quanto tale, cioè come moglie, ma solo come persona.

Capite bene che, purtroppo, per chi la vive, soprattutto per il malato, ma anche per il partner, è una tragedia vera e propria.

Perché la moglie, razionalmente, dirà:

“Ma come, non mi riconosci? Sono io, tua moglie

Però il paziente le risponderà – confabulando, anche in questo caso:

Riconosco che sei identica a mia moglie, però non sei mia moglie, evidentemente sei un impostore travestito da lei o qualcuno che sta complottando contro di me“.

Il fatto curioso, però, è che se la moglie telefona al marito, lui, immediatamente, la riconosce in quanto tale, cioè come sua moglie e non più come impostore.

Perché? 

E’ molto semplice: perché l’area acustica primaria, che si trova sempre nel lobo temporale, così come il giro fusiforme, è connessa all’amigdala tramite un altro collegamento, diverso dalla scissura temporale superiore, che in quel caso è danneggiata.

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Sono stati riportati dei casi, sporadici, di persone che affermavano di essere affetti dalla sindrome di Capgras, pur non essendo vero.

I motivi sono molteplici ma, essenzialmente, erano persone che cercavano una scusante per troncare il rapporto col proprio partner in maniera indolore.

Quindi come si fa a capire se un paziente ha davvero la sindrome di Capgras o sta solo mentendo, ovvero, come si diagnostica la malattia?

In pratica, quando ci emozioniamo, per esempio quando vediamo una persona che ci piace, anche se non ce ne accorgiamo, a livello della cute avviene una specie di microsudorazione che può essere misurata attraverso un’apparecchiatura: è quello che si definisce riflesso psicogalvanico.

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Il funzionamento è semplice, si mette il paziente di fronte alla persona che dovrebbe suscitargli un’emozione e, allo stesso tempo, si fa passare un’impercettibile scossa elettrica nel corpo del paziente.

Se quella persona suscita emozione nel paziente, l’apparecchiatura rivela un abbassamento della resistenza al flusso elettrico perché c’è la microsudorazione che fa da conduttore.

Viceversa, alla vista di una persona che non suscita alcuna emozione la microsudorazione non avviene e il flusso elettrico incontra una maggiore resistenza che verrà letta dall’apparecchiatura.

Per cui, se un paziente afferma di avere la sindrome di Capgras pur non avendola, si innesca il riflesso psicogalvanico e significa che sta mentendo.

Infatti, i pazienti che hanno davvero la sindrome di Capgras, non hanno un riflesso psicogalvanico alla vista della moglie.

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Per concludere sul discorso dell’inconscio (unconscious), con Freud, così criticato dalla società del suo tempo, sono stati condotti alcuni esperimenti in cui è stato misurato il riflesso psicogalvanico ad alcune persone mentre osservavano la madre e – neanche farlo apposta – in quasi tutti i casi l’apparecchiatura rilevava una bassissima resistenza alla scarica elettrica: in parole povere il complesso di Edipo esiste davvero.

Con questo abbiamo terminato, in parte – perché effettivamente di cose ce ne sarebbero da dire tante – il nostro excursus sull’inconscio (unconscious).

Nei prossimi articoli tratterò i circuiti frontoparietali, quindi neuroni specchio e non solo, mentre, successivamente, scriverò un articolo sulla memoria e sul substrato anatomico dei ricordi.

Per qualsiasi informazione su questi argomenti potete sempre contattarmi su Twitter.

Un saluto e alla prossima.
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4 COMMENTS

  1. Ciao Andrea, questo tipo di articoli li leggerei tutto il giorno, sono semplici ed allo stesso tempo interessanti. Complimenti!
    Vorrei esporti le mie considerazioni e farti delle domande.

    Riguardo al neglect, se non ho capito male, quindi le persone percepiscono metà realtà a causa della conformazione delle strutture nervose che trasportano le informazioni visive alla corteccia occipitale, ossia perchè le informazioni si dividono non per occhio sx e occhio dx, ma per parte visiva sx e parte visiva dx e ciascuna va ad un emisfero. Quindi il danneggiamento di un emisfero porta alla perdita di consapevolezza di una metà di realtà. Mi sono sempre chiesto il perchè e ora credo di aver capito, giusto?

    Sempre per il neglect, ma anche in generale, mi sono sempre chiesto anche perchè queste persone, quando viene chiesto loro il perchè delle loro scelte, confabulano invece di dire semplicemente ‘non lo so’. Capisco che molto spesso l’uomo in generale fatica ad ammettere la sua ignoranza cercando in tutti i modi di trovare risposte alternative, ma non riesco a capire cosa fa scattare la confabulazione.

    Inoltre, se ai soggetti dell’esperimento, gli si fa notare la fiamma, cosa succede? Mi pare di aver visto in un video che quando si fa notare alle persone con neglect anche la parte che non vedono, è come se se ne accorgono improvvisamente, è possibile far riportare loro la consapevolezza su quello che non notano? Perchè effettivamente gli occhi vedono tutto no?

    Per quanto riguarda il complesso di Edipo invece, non capisco la correlazione tra bassissima resistenza, quindi emotività, e il complesso. Forse non riesco a capire perchè non l’ho ancora superato io stesso? 🙂

    Grazie e complimenti!
    Matteo

    • Ciao Matteo, grazie per i complimenti, domande interessanti le tue, cercherò di rispondere a tutte:

      “Quindi il danneggiamento di un emisfero porta alla perdita di consapevolezza di una metà di realtà. Mi sono sempre chiesto il perché e ora credo di aver capito, giusto?”

      Nel neglect in realtà è danneggiato il lobo parietale posteriore di destra che è strettamente connesso con un’area che sono i frontal eye fields, quindi non è un problema visivo ma un problema dell’attenzione, tant’è vero che il circuito LIP-FEF, almeno nell’animale, è deputato ai meccanismi dell’attenzione visiva, quindi, come dire, è come se la disfunzione del lobo parietale posteriore di destra impedisca al soggetto di stare attento su ciò che succede a sinistra, ma tutti i sistemi sensoriali visivi in ingresso sono integri, il problema è che non c’è una corretta integrazione a livello parietale, ne parlerò più approfonditamente nel prossimo articolo che riguarderà i neuroni specchio.

      “Non riesco a capire cosa fa scattare la confabulazione”

      In realtà non c’è una risposta perché i meccanismi sono ancora per la maggior parte sconosciuti, si può però ipotizzare che la confabulazione avvenga perché il nostro cervello è fatto in modo tale da razionalizzare continuamente la realtà e quando le cose non gli tornano va in crisi e cerca comunque di dare la risposta più razionale possibile in quel contesto.

      “Perchè effettivamente gli occhi vedono tutto no?”

      Sì, se tutta la linea dedicata che porta alla corteccia occipitale è intatta gli occhi vedono tutto, però il problema è che poi le informazioni che arrivano all’area visiva primaria devono essere elaborate per gli aspetti semantici e pragmatici delle cose che vediamo e nel neglect è proprio questo che viene a mancare: loro vedono, l’informazione arriva alla corteccia ma poi non riesce ad essere elaborata a livello parietale e dunque si perdono alcuni aspetti della realtà.

      “Per quanto riguarda il complesso di Edipo invece, non capisco la correlazione tra bassissima resistenza, quindi emotività, e il complesso”

      L’esperimento è semplice: quando noi ci emozioniamo avviene una microsudorazione a livello della cute, per esempio vediamo una persona che ci piace molto e senza accorgercene avviene una microsudorazione perché l’ipotalamo, che di fatto regola la sudorazione, è strettamente connesso al sistema limbico. Ora, facendo passare una corrente elettrica (che non provoca dolore) sulla cute, se la cute è sudata hai una migliore conduzione della corrente stessa, mentre se non è sudata hai una resistenza che si oppone al flusso elettrico: le persone con la sindrome di Capgras, non riconoscendo la moglie, hanno un’amigdala che non si attiva di fronte alla vista della moglie e non segnala nulla all’ipotalamo quindi non avviene la microsudorazione e la resistenza al flusso elettrico sarà massima. Invece in persone normali, davanti la vista della madre, la microsudorazione avviene, anzi, avviene molto più intensamente e dunque la resistenza al flusso elettrico è minimo, significa che in termini scientifici è confermato ciò che Freud aveva chiamato “complesso di Edipo”.

      • Grazie per la risposta, tutto chiaro tranne l’ultima cosa. Non credo che si possa dire che l’esperimento della resistenza cutanea confermi scientificamente il complesso di Edipo. Se mai conferma che il soggetto reagisce normalmente di fronte ad una persona conosciuta come può essere la madre no? Quali sono le fonti di ciò?

        • Beh sì, diciamo che però si possono formulare varie ipotesi sul fatto che di fronte l’immagine della madre una persona ha una microsudorazione più abbondante del solito. Per le fonti vedo di trovarle comunque sono esperimenti di un famoso neurofisiologo indiano, Ramachandran 🙂

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