Capitolo 2 – Il test di ammissione

Luglio, 2009

Mi ero da poco diplomato, con un “62” e un calcio nel sedere.

La lunga odissea del liceo era finita e finalmente ero libero di scegliere cosa studiare.

Ricordo che, alla fine dell’esame di maturità, i docenti mi fecero la classica domanda di circostanza:

«Dopo cosa vuoi fare?»

Credo che qualcuno di loro abbia sorriso, quando risposi orgoglioso che volevo fare medicina.

«Allora dovrai studiare per i test di ammissione a settembre» – disse sghignazzando la professoressa esterna di matematica.

Non aveva tutti i torti, sarebbe stata un estate drammatica: il liceo era finito e dovevo rimettermi subito a studiare se volevo realizzare il mio sogno.

La facoltà di Medicina e Chirurgia, in Italia, così come in altri paesi, è a numero chiuso.

Il test di ammissione è forse uno dei più grandi stress psicologici a cui una persona deve sottoporsi per poter entrare a medicina

Nell’ultimo periodo, il numero di studenti che si iscrivevano al test era aumentato esponenzialmente, forse anche a causa dell’influenza di alcuni telefilm, quali Grey’s Anatomy o Dr.House.

Inoltre, la “fregatura” del test di ammissione – se così vogliamo definirla – è che si fa una, e una sola, volta all’anno.

Detto in termini semplici: o sei dentro o non sei dentro, non ci sono altre possibilità.

Dato che il programma di studio per il test era molto ampio, decisi di comprare il famosissimo alpha test, un libricino verde e minuscolo che contiene al suo interno un sacco di concetti: biologia, chimica, matematica, fisica, logica e cultura generale.

Tutt’ora possiedo questo libro.

È stato in assoluto il libro che ho letto di più in tutta la mia vita. È così usato che la copertina è andata perduta e la maggior parte delle pagine sono stracciate oppure mancanti.

La chimica non era il mio forte: per motivi vari non l’avevo mai studiata in vita mia e fui costretto a impararla in pochi mesi.

Poiché imparare la chimica in così poco tempo era pressoché impossibile, decisi di prendere ripetizioni.

Agosto, 2009

Nonostante le ripetizioni, la chimica non mi entrava in testa e il mio pensiero era costantemente rivolto all’invidia fisiologica che nutrivo per gli altri miei coetanei che si godevano le vacanze – chi a Ibiza, chi a Mykonos.

Parallelamente alle ripetizioni di chimica, organizzai un “gruppo di studio” con alcuni amici.

Tra di noi c’era M.G., per gli amici semplicemente M.

Era la leader indiscussa del gruppo di studio, aveva una mente brillante: diplomatasi da poco con “100” e una lode sfiorata, era scontato che fosse lei la candidata a superare il test di ammissione.

Inizialmente l’idea del gruppo di studio risultò buona e, quasi ogni pomeriggio, ci trovavamo tutti a casa sua per studiare.

Col proseguire dell’estate, tuttavia, il gruppo cominciò a sbriciolarsi.

Studiare insieme era produttivo, ma eravamo pur sempre “rivali” e ben presto l’arrivismo prese il posto della collaborazione reciproca, facendola diventare una gara senza esclusione di colpi.

Iniziammo ad odiarci ma, grazie all’odio, si sviluppò una sana competizione che produsse discreti risultati.

Settembre, 2009


Arrivò il giorno del test di ammissione.

Quella mattina ricordo che faceva un gran caldo e c’era un’infinità di persone, ognuna con lo stesso obiettivo: entrare a medicina.

Aspettammo più di due ore, prima di essere smistati e poter raggiungere le aule.

Finita l’attesa, presi posto in fondo all’aula.

Accanto a me si verificò una scena curiosa: un ragazzo con gli occhiali, venuto dal sud Italia, si era messo a parlare da solo – chissà forse per caricarsi.

Non diedi molta importanza a quella scena e cercai di rimanere concentrato.

Mi sentivo come un fante in prima linea, pronto a iniziare una battaglia sanguinosissima, le cui speranze di sopravvivenza erano minime.

Infine, alle dieci puntuali, ci diedero l’ok per cominciare e la battaglia iniziò.

Mentre iniziavo a compilare le risposte sentivo il cuore in gola: avevo troppi pensieri sparsi in testa in quel momento e non riuscivo a concentrarmi. Le risposte mi sembravano o tutte prive di senso oppure tutte giuste.

Nel momento più importante della mia vita, il mio cervello mi aveva abbandonato, smettendo di funzionare.

Alle dodici consegnai e andai via con una finta espressione soddisfatta, dando l’illusione che tutto fosse andato bene.

La settimana dopo uscirono i risultati via internet:

Non entrai.

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