Capitolo 5 – Operazione ‘Nduja

Fu un attimo.

Compresi che anch’io dovevo riprovare il test; non volevo avere rimpianti.

Ero convinto che se avessi riprovato il test a Catanzaro, questa volta sarei riuscito entrare.

Ne parlai con mio padre.

Inizialmente fu contrario, non voleva che i parenti mi mettessero pressioni addosso.

Mi propose di rifare il test a Parma, ma gli risposi che ormai la mia scelta era Catanzaro e dovevo andare fino in fondo.

Dopo qualche minuto di perplessità, accettò, ma ad una condizione: nessuno avrebbe dovuto sapere niente, nessun amico, nessun familiare, solo io, lui e mia madre.

Decidemmo quindi di dare un nome in codice al piano, in modo che ne potessimo tranquillamente parlare davanti agli altri.

Scelsi io il nome: operazione in codice ‘Nduja.

La scelta del nome fu semplice: la ‘Nduja è uno dei salumi tipici calabresi e dava un tocco d’ironia ad una missione che, più che ironica, appariva tragica.

Senza pensarci troppo, io e mio padre andammo insieme a Catanzaro, dove m’iscrissi al test di ammissione per Medicina e Chirurgia 2011/2012.

Infine, ci dirigemmo verso l’aeroporto di Lamezia Terme e prenotammo il biglietto per tornare a Parma: andata e ritorno.

Dopo ferragosto

Salutammo i parenti, come se niente fosse, dicendo che ci saremmo rivisti a Natale.

Nessuno di loro dubitò, neppure per un’istante, che io e mio padre, il 4 settembre, giorno del mio compleanno, saremmo tornati in Calabria.

Doveva rimanere tutto in segreto e così fu.

A Parma

Le ultime due settimane di agosto le trascorsi per metà sui libri di Farmacia, dato che avrei avuto un esame a metà settembre.

L’altra metà del tempo la dedicai ad esercitarmi per il test e, ad essere sincero, i risultati che ottenevo nelle simulazioni erano tutto fuorché incoraggianti.

Non mi rassegnai, credevo fermamente che sarei riuscito nel mio intento.

4 settembre 2011

Il giorno prima del test lo ricordo ancora con nostalgia, soprattutto perché lo passai interamente con mio padre e fu allora che capii che cosa significa l’importanza di avere una persona che crede ciecamente in te.

Alle dieci giungemmo all’aeroporto di Bologna e, dopo una lunga attesa, ci imbarcammo sull’aereo: destinazione Calabria.

Il viaggio, tutto sommato fu rilassante: musica classica nelle cuffie e Alpha Test stropicciato in mano.

A mezzogiorno arrivammo puntuali in Calabria – c’era un sole splendido quel giorno.

Sempre per rimanere nell’anonimato, mio padre noleggiò un auto.

Per la sera avevamo prenotato una camera in un hotel a pochi chilometri dall’università, dove il giorno dopo si sarebbe svolto il test.

Ricordo che l’andamento della mia ansia fu lineare: aumentava col passare delle ore.

Inoltre, l’hotel era pieno di ragazzi/e con la testa china sui libri: non ci misi molto a realizzare che erano “colleghi” – anzi, rivali.

Ciò aumentò notevolmente la mia ansia.

Dopo cena iniziai a chiacchierare con alcuni dei ragazzi che il giorno dopo avrebbero provato il test – la mia indole solitaria poteva essere messa da parte, dovevo smaltire la tensione accumulata.

C’erano studenti arrivati da Roma, altri da Milano e alcuni dalla più vicina Sicilia.

Mentre parlavo con loro, dentro di me pensai a quella situazione, alquanto bizzarra: quella sera scherzavamo insieme, come fratelli, ma il giorno dopo sarebbe stata una carneficina tra di noi.

Verso le undici di sera, salutai quegli studenti, con un finto “in bocca al lupo” e mi recai in camera.

Una volta sotto le coperte, paradossalmente, mi ci volle poco tempo per raggiungere Morfeo.

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