Capitolo 6 – “Houston, abbiamo un problema”

5 settembre 2011

La mattina del test c’è sempre un caos infernale di fronte le università.

Vedi figli accompagnati dai genitori, dagli zii, dai nonni e, chissà, forse pure dai bisnonni.

Prima del test è necessario non essere mai soli, avere qualcuno con cui parlare serve a diminuire l’ansia.

Io avevo mio padre a farmi compagnia.

Parlammo molto, del più e del meno, ironizzando sul fatto che era la terza volta che facevo il test – ormai mi sentivo un “veterano”.

Alle nove giunse il momento di entrare nell’aula, salutai mio padre e andai, carico per la battaglia.

Diedi le mie credenziali alla commissione e scelsi un posto in mezzo all’aula.

Attorno a me c’erano le solite, identiche, facce che avevo sempre visto: erano quelle dei miei “rivali”.

La loro ostentata sicurezza smascherava la tensione evidente che si celava nei loro occhi.

Certe cose le percepisci solo dopo anni di esperienza.

Quando fu il momento, ci consegnarono una penna e il plico contenente le domande, più il modulo per le risposte.

Potemmo così iniziare.

L’aula sprofondò nel silenzio assoluto, interrotto soltanto dal fruscio dei fogli e dal ticchettio delle penne sui banchi.

Prima di aprire il plico respirai profondamente, poi cominciai anch’io.

La prima domanda riguardava gli “asini che volano” – pensai che qualcuno, al Ministero dell’Istruzione, ci considerava degli imbecilli, più che dei futuri medici.

Per quanto bizzarra, era comunque semplice: risposi subito.

La seconda, invece, richiedeva più tempo: una comprensione del testo.

Fu a quel punto che il mio cervello – «puff» – andò in standby.

Conoscevo benissimo quella sensazione: se mi facevo prendere dal panico era finita.

Respirai profondamente, ancora una volta, prima di cominciare un breve dialogo mentale con il mio “Io”:

Calma, concentrati e completale: non hai bisogno di niente, tu hai già le risposte che ti servono”.

Era il mio “Io” che parlava e aveva preso il sopravvento sulle mie paure inconsce.

Trovai la giusta concentrazione.

Adesso vedevo le risposte.

Tutto mi era più chiaro.

Le due ore passarono in fretta, infine consegnai il test.

La mia prima impressione fu positiva, sentivo di averlo fatto bene, tuttavia, appena uscito dall’aula, sentendo i primissimi commenti degli altri, capii di avere sbagliato un sacco di risposte.

Uscito dall’università, vidi mio padre e gli dissi che ancora una volta non era andata bene.

Su internet, in alcuni forum, iniziarono ad apparire i primi commenti a caldo riguardanti il test.

Vedendo le risposte degli altri, mi accorsi di aver sbagliato molte più domande di quello che pensavo.

Ero fuori, per la terza volta avevo fallito.

Mi rimaneva solo la speranza dei risultati veri che sarebbero usciti, come da tradizione, la settimana successiva al test.

Alle tre di quello stesso pomeriggio ci aspettava l’aereo di ritorno per Bologna.

Il viaggio in aereo lo passai tranquillamente, senza pensare al test.

Arrivati a Bologna, non avendo trovato nessun conoscente disposto a darci un passaggio, prendemmo il primo treno per Parma.

In viaggio, quasi nei pressi di Modena, mi accorsi di una “cosa” strana.

Una cosa talmente incredibile che non riuscii subito a capacitarmene.

Su internet erano appena uscite le risposte ufficiali del test.

Per pura curiosità, decisi di fare un breve calcolo del mio ipotetico risultato; anche se, logicamente, finché non uscivano le graduatorie, non potevo dire nulla di certo.

Notai che avevo risposto bene alla prima domanda – “che fortuna”.

Però, anche la mia seconda risposta era corretta; e anche la quarta, la quinta, la settima, la nona – “un attimo, questo è impossibile”.

Mi fermai, con una sorta di sorriso misto a incredulità, e ricontrollai nuovamente.

Avevo risposto correttamente a un sacco di domande e il mio punteggio si aggirava sui 48 – era più che sufficiente per essere dentro.

Rimasi cinque minuti in silenzio a leggere e rileggere quelle risposte e più le guardavo, più la mia tachicardia aumentava.

Mi girai verso mio padre e, con voce tremante, gli dissi:

Houston, abbiamo un problema”.

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