Capitolo 8 – Chiamatemi dottore


Il mio cervello ci mise un po’ prima di elaborare ciò che gli occhi avevano appena visto.

Quell’anno, a Catanzaro, il punteggio minimo fu “41”: io ottenni “47,5”.

In graduatoria arrivai 100° – i posti disponibili erano 160 – su circa 2000 partecipanti al test.

Ero dentro.

Finalmente, dopo tre anni passati a inseguire quel sogno, avevo ottenuto ciò che desideravo: ero una futura matricola della facoltà di Medicina e Chirurgia.

Urlai.

Urlai di gioia.

Urlai per la rabbia relativa ai fallimenti di quegli anni.

Urlai per fare uscire la tensione accumulata in quei giorni.

Infine, urlarono tutti di felicità: mio padre, mia madre e persino il mio cuginetto di quattro anni, che quella mattina si trovava lì per caso.

Mio padre chiamò mia nonna – sua madre – per raccontarle il mio successo, pregandola però di non dire niente a nessuno.

Fu inutile.

Dopo pochi minuti cominciai a ricevere telefonate da tutti i parenti.

Molti complimenti che ricevetti furono di circostanza.

Normale che ci fosse un minimo d’invidia – in fin dei conti, ero appena diventato il futuro medico della famiglia.

Poi chiamai E. per avvertirla.

I suoi complimenti furono davvero sinceri, ma celavano un pizzico di malinconia: andando a studiare in Calabria, mi sarei allontanato da lei.

La sua tristezza turbò momentaneamente la mia felicità.

Decisi di non pensarci subito: quello era il mio momento di gloria personale e dovevo viverlo fino in fondo, me l’ero meritato.

La salutai dicendole che, prima di partire per la Calabria, sarei andato a trovarla a Pavia.

E così fu.

Sarei comunque dovuto andare a Pavia, per chiedere la domanda di trasferimento con la convalida degli esami.

Avevo una decina di giorni per completare tutto, ma, conoscendo l’iter burocratico, decisi di sbrigarmi e fare tutto in un unico giorno.

Dopo di che fui libero e trascorsi gli ultimi giorni insieme a E.

A Pavia avevo affittato un monolocale in centro e potevo restare lì ancora qualche giorno, prima di partire per l’odissea in terra calabra.

Quando vidi E., la prima cosa che mi disse fu: “ciao dottore” – sorrisi.

Era splendida, come non lo era mai stata prima.

La sera ordinammo dal giapponese e festeggiammo insieme.

Nel frattempo continuavo a ricevere chiamate da parenti, amici e conoscenti che volevano sapere di tutto e di più sul mio successo personale.

Spensi il telefono.

La sera trascorsa insieme a E. fu particolare.

A un certo punto si mise a piangere: sapeva che sarei stato via per molto tempo – l’abbracciai.

Le promisi che, almeno una volta al mese, sarei tornato a Pavia a trovarla.

Quella notte E. cominciò a stare male: aveva un po’ di febbre.

Fortunatamente, nel comodino conservavo qualche aspirina.

Si riprese, ma solo momentaneamente.

Così decisi di portarla al pronto soccorso: continuava a stare molto male e non capivo cosa potesse avere.

Al pronto soccorso, dopo un breve esame obiettivo, le diagnosticarono una laringite acuta – per fortuna nulla di grave.

Con qualche ciclo di antibiotico si sarebbe rimessa in sesto.

L’ultimo giorno a Pavia, prima di partire per la Calabria, salutai E.

Le dissi di coprirsi bene il collo, per non prendere freddo.

Poi le ribadii, ancora una volta, che ci saremmo visti da lì a un mese.

Tornai quindi a Parma e preparai la valigia: il giorno successivo avevo l’aereo per Lamezia Terme.

La mia avventura da studente di medicina cominciava in quel momento.

Arrivai quindi in Calabria.

Mancavano pochi giorni all’inizio delle lezioni e già non vedevo l’ora di cominciare.

Iniziai comunque a sentire la mancanza di E.

Ero molto innamorato di lei, ma il pensiero che l’avrei rivista dopo un mese mi faceva stare bene.

Quello che ancora non sapevo è che sarei dovuto ritornare a Pavia, molto prima del previsto.

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