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Un approccio al dolore cranico

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Molti mi hanno chiesto di scrivere un’articolo sul “mal di testa”.

Come sapete, mi piace affrontare certi argomenti da un punto di vista razionale e scientifico.

L’argomento è molto vasto e, vi assicuro, non basterà solo un articolo per descrivere il problema.

Quindi, ho scelto di scrivere prima questo articolo che riguarderà i meccanismi che stanno alla base del dolore – in particolare, quello localizzato alla testa.

Ritengo che sia essenziale chiarire alcuni concetti, prima di poter affrontare l’argomento vero e proprio.

malditesta

Ebbene, tutti sappiamo cos’è il dolore.

Il dolore, lo possiamo definire come un esperienza.

Questa esperienza deve avere tre caratteristiche per essere considerata dolorifica:

  1. Dev’essere cosciente: senza coscienza non si prova dolore.
  2. Deve possedere connotati spiacevoli: il dolore, lo vedremo, influenza anche l’emotività di un’individuo e, non è un caso, gli individui che soffrono di dolore cronico sono spesso depressi.
  3. Deve originare dalla stimolazione di particolari recettori sensoriali chiamati nocicettori.

Qual è il significato del dolore?

In molti casi, il dolore è nostro alleato: è un meccanismo di difesa che l’evoluzione ci ha fornito per avvertirci di un danno che sta avvenendo a livello di un determinato tessuto.

Prima di parlare del mal di testa, è necessario chiarire l’anatomia del cranio e comprendere quali sono le strutture che provocano dolore.

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Iniziamo.

Quando si parla di mal di testa, alcuni pensano che il cervello, o l’encefalo in generale, stia soffrendo.

Non c’è nulla di più sbagliato.

Il cervello è cosciente? Sì.

Il cervello può generare emozioni? Sì.

Il cervello dispone di nocicettori? No.

Dunque, il cervello non può avere un’esperienza dolorifica: “lui” integra il dolore (pain) che viene dalla periferia, ma non sente il dolore che lo attraversa.

Per esempio, se trapanate il cervello a qualcuno (non fatelo), ovviamente la struttura si danneggia; però la persona non avverte dolore, perché il cervello, non avendo sensori dolorifici, non sente nulla.

Quali sono dunque le strutture che provocano dolore?

Per capirlo dobbiamo prendere in considerazione un cranio, come questo:

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L’osso marrone si chiama frontale, le due ossa azzurre, poste sotto il frontale, sono le ossa nasali.

Tra l’osso frontale e le ossa nasali c’è un punto che si chiama glabella.

Vedete, poi, dietro, l’osso giallo?

Posteriore, compreso tra il verde scuro (parietale) e il verde chiaro (temporale): si chiama occipitale.

Sull’osso occipitale ci sono due margini che si chiamano protuberanze occipitali esterne.

Capito questo, prendiamo un seghetto chirurgico e tagliamo, trasversalmente, il cranio dalla glabella alle protuberanze occipitali esterne:

«bbbbbbbzzzzzzz»

Fatto.

Con questa procedura, abbiamo appena diviso il cranio in due parti:

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Questa che vediamo è la calotta, vista dal basso, ma per adesso non ci serve; quindi la mettiamo da parte.

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Questa invece è più importante, perché ci servirà come riferimento per la localizzazione dei vari dolori durante il mal di testa: è la base cranica, vista dall’alto.

Naturalmente abbiamo rimosso tutto l’encefalo.

La base cranica è la zona dove poggia la parte ventrale del cervello e la si divide in tre fosse:

  • Una fossa cranica anteriore, nell’immagine, a destra, e in rosa.
  • Una fossa cranica media, nell’immagine, al centro, in rosso e verde.
  • Una fossa cranica posteriore, nell’immagine, a sinistra, in giallo.

Queste tre fosse sono le zone da cui originano i dolori tipici del mal di testa.

Perché?

Perché a livello di queste tre fosse troviamo strutture che contengono nocicettori, cioè che possono sentire dolore.

Infatti, in queste fosse ci sono: vasi sanguigni, nervi e meningi.

Le meningi sono tre membrane (dura madre, aracnoide, pia madre) che rivestono il cervello e, a livello del cranio, si trovano appiccicate alla parete interna del cranio stesso.

Queste tre meningi sono innervate e, se s’infiammano – come in una meningite – provocano dolore perché vengono innervate da nervi che trasportano il dolore.

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Quali sono questi nervi?

Per quanto riguarda la sensibilità, sono: il trigemino, il faciale, il glossofaringeo e il nervo vago.

Ma i più “bastardi” – passatemi il termine – nel causare dolore, sono il trigemino e il glossofaringeo.

Tutti questi nervi originano dal tronco encefalico che è la continuazione, intracranica, del midollo spinale.

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Solo questi i nervi causano dolore, a livello della testa?

No.

Ci sono altri nervi che, anziché originare dal tronco encefalico, derivano dal midollo spinale.

Esiste il ramo posteriore di un nervo, appartenente al plesso cervicale, che si chiama nervo grande occipitale e quando s’infiamma provoca una nevralgia, chiamata nevralgia di Arnold.

Cos’è il plesso cervicale?

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Il plesso cervicale è un “aggrovigliarsi” di nervi, i quali originano tutti dalla parte cervicale del midollo spinale, quindi a livello del collo.

Questo ci spiega un fatto interessante: noi sappiamo, infatti, che posture errate possono contribuire alla genesi del mal di testa, la cosiddetta cervicale.

Inoltre, a livello del collo, durante la giornata, si manifesta una tensione muscolare molto forte.

Dunque, è probabile che, contraendosi, i muscoli del collo vadano a “intaccare” i nervi del plesso cervicale, dando origine ad alcuni tipi di mal di testa.

Ritorniamo alle meningi…

Prima, abbiamo detto che le meningi provocano dolore, ma sono innervate tutte dallo stesso nervo?

No.

Le meningi che costituiscono la fossa cranica anteriore e media sono innervate dal trigemino, mentre quelle della fossa cranica posteriore sono innervate dal glossofaringeo, dal vago e dai primi tre nervi del plesso cervicale.

Parliamo un po’ del trigemino… perché provoca così dolore?

trigeminal


Il trigemino è un nervo cranico molto grosso, costituito da due porzioni: una più piccola, motoria, che ci fa masticare, e l’altra più grande, sensitiva, che fa arrivare al tronco encefalico tutti gli stimoli sensitivi e dolorifici.

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In questa immagine si vedono tre zone colorate: si chiamano dermatomeri e rappresentano l’innervazione dei vari nervi in determinati distretti corporei.

In questo caso vediamo che il trigemino, con le sue tre branche – oftalmica, mascellare, mandibolare – innervapraticamente tutta la parte anteriore del viso, escluso l’angolo della mandibola.

Dunque, è un nervo con un’area di innervazione vastissima; inoltre, il suo nucleo sensitivo occupa quasi tutta la lunghezza del tronco cerebrale.

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Per questi motivi il trigemino è così coinvolto nei dolori cranici come il mal di denti, il mal di testa, il dolore in zona oftalmica ecc.

Tutto il resto viene innervato dai nervi del plesso cervicale, angolo della mandibola compreso.

Quindi, se avete una dolore nella parte posteriore della testa non dovete pensare al trigemino.

Il dolore nella parte posteriore della testa ve lo può dare o a una meningite della fossa cranica posteriore – spero per voi di no – oppure i nervi del plesso cervicale: in particolare il nervo grande occipitale.

Dunque, abbiamo parlato di nervi e di meningi, ma i vasi sanguigni, cosa c’entrano?

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Beh, voi capite bene: la scatola cranica è una struttura chiusa, rigida, inestensibile e, siccome il cervello e i nervi non possono modificare le loro dimensioni, le uniche strutture che possono farlo sono i vasi sanguigni.

Quindi, dato che tutto deve stare al suo posto, se un vaso sanguigno inizia a dilatarsi, questo va a comprimere e a schiacciare i nervi adiacenti, provocando dolore.

Per questo quando si bevono alcolici (l’alcol è un vasodilatatore), il giorno dopo viene il mal di testa: perché la pressione si abbassa, i vasi si dilatano e i nervi vicini vengono compressi.

Sempre per lo stesso motivo, come vedremo nel prossimo articolo, alcune cefalee sono trattate attraverso antidepressivi, come l’amitriptilina, che hanno il compito di aumentare la concentrazione di serotonina, la quale è vasocostrittrice.

Poi, chiaramente ci sono delle condizioni patologiche ben più gravi, come i tumori, gli ematomi, gli aneurismi del poligono di Willis, l’idrocefalo ecc.

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Però, a prescindere dalla gravità, un vaso che si dilata o un tumore che si espande, dal punto di vista meccanico, hanno lo stesso effetto: comprimono i nervi, causando dolore.

Con questo, credo (e spero) di avervi dato una “panoramica generale” sui meccanismi che sottostanno al dolore cranico.

Vi anticipo, già da subito, che le cefalee si dividono in due tipi: primarie e secondarie.

Noi tratteremo le tre tipologie principali di cefalea primaria che sono l’emicrania, la cefalea a grappolo e la cefalea di tipo tensivo.

Per quanto riguarda le cefalee secondarie tratteremo quella causata dalla sinusite.

L’articolo di oggi era solamente atto a darvi delle basi minime di anatomia per affrontare il prossimo articolo.

Se avete dubbi sull’argomento, contattatemi su Twitter.

Potete farlo qui:

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oppure, qui:

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Parkinson, aspetti motori e cognitivi

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In questo articolo ci occuperemo di una zona profonda del nostro encefalo: i nuclei della base.

I nuclei della base svolgono un’importantissima funzione di modulazione del movimento volontario.

Per comprendere quanto sia importante questa modulazione, basti pensare al semplice fatto che quando queste strutture perdono la loro funzione, o per una lesione o per una degenerazione dei neuroni che li costituiscono, si manifestano delle patologie molto gravi, quali il Parkinson, l’emiballismo o, ancora peggio, la corea di Huntington.

Voglio iniziare con una mia frase che magari può sembrare semplice, ma si ricollega a tutto il discorso che stiamo per fare:


Noi oggi vedremo il morbo di Parkinson da una “nuova” prospettiva: il nostro obiettivo sarà quello di comprendere come funzionano i nuclei della base, cosa succede quando smettono di funzionare e perché il paziente parkinsoniano manifesta disturbi psichici, come la depressione, oltre che motori.

Prima di addentrarci nel discorso vero e proprio, mi piacerebbe che spendeste un minuto per vedere questo video:

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=w_hljNtslz8&w=560&h=315]


Perché ho scelto di farvelo vedere?

Perché quando leggiamo articoli scientifici, o di divulgazione, come questi, vediamo statistiche, numeri, strutture anatomiche varie, ma quello che spesso dimentichiamo, e che non dovremmo mai dimenticare, è che dietro tutto questo si celano sempre delle persone, degli esseri umani, come noi, e laddove ci sono persone, nel più dei casi, ci sono delle famiglie, che soffrono – e soffrono tantissimo.

Schermata 2013-11-18 alle 23.32.56

Noi esseri umani, nel corso dell’evoluzione, abbiamo sviluppato quella che si definisce empatia, ovvero la capacità di immedesimarci negli altri dal punto di vista emotivo e, questa, lo vedremo in altri articoli, è una qualità che nasce a livello fronto-parietale, grazie ai neuroni specchio.

Per cui, da una parte è giusto capire certe cose, da un punto di vista freddo, scientifico, però, dall’altra, non dimentichiamoci di persone come Luigi: dunque, cerchiamo di approcciarci al discorso equilibrando la giusta “freddezza”, scientificità ed empatia.

Detto questo, cominciamo.

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Quando si studiano le malattie neurologiche, a parte pochi casi, ci troviamo quasi sempre di fronte a patologie molto brutte: l’epilessia, l’Alzheimer ecc.

Ma, almeno a mio avviso, le patologie neurologiche più brutte, in assoluto, sono quelle che vanno a colpire selettivamente il movimento.

Perché dico questo?

Perché l’uomo, in quanto animale, è fatto per muoversi, per manipolare oggetti, interagire con l’ambiente: l’abbiamo visto – e riprenderemo ulteriormente il discorso – nella sindrome dell’arto fantasma: il cervello di queste persone “spara” continuamente impulsi motori destinati all’arto amputato, anche se questo non c’è più.

Ci sono poi altre patologie che ci fanno capire quanto l’uomo viva, e addirittura pensi, in funzione del movimento: la sindrome della mano aliena, la cleptomania ecc.

A supporto di questa affermarzione, nell’immagine seguente, vediamo diverse sezioni trasversali di midollo spinale cervicale, i puntini neri che vedete sono la rappresentazione del fascio nervoso che ci permette di frazionare il movimento – il piramidale o corticospinale: notate come sia più rappresentativo nello scimpanzé rispetto agli altri animali e nell’uomo lo è ancora di più, occupando buona parte dei cordoni laterali del midollo spinale.

comparata


Dunque, pensate a quanto deve essere orribile perdere la possibilità di muoversi.

Ma torniamo al Parkinson: il paziente parkinsoniano si muove?

Sì, ma è un movimento caratterizzato da un’estrema lentezza – si parla di bradicinesia.

Il fascio piramidale, che ci permette di muoverci e di frazionare il movimento, origina da una striscia di corteccia cerebrale, il giro precentrale o area motoria primaria.

Dalla corteccia motoria primaria, questo fascio scende, s’infila nel centro semiovale – sostanza bianca sotto la corteccia – ed entra nella corona radiata per poi immettersi in una specie di “imbuto” – la capsula interna – dove tutte le fibre che costituiscono il fascio piramidale si raccolgono.

Attraversata la capsula interna, il fascio decorre nel peduncolo cerebrale del tronco encefalico e, a livello del bulbo, circa il 90% di queste fibre incrociano per raggiungere l’emimidollo spinale e il muscolo controlaterale.

E’ il motivo per cui quando vogliamo prendere una tazza con la mano destra, usiamo la corteccia motoria dell’emisfero cerebrale di sinistra e viceversa.

capsula interna


Tuttavia, questo fascio ha bisogno di una sua modulazione, sia inibitoria che eccitatoria: ci sono dei contesti in cui un movimento dev’essere più rapido e altri in cui dev’essere più lento – a fare questo ci pensano i nuclei della base che rappresentano un vero e proprio filtro, strutturato come un circuito che consente di modulare quella che è l’attività della corteccia cerebrale.

Ebbene, dal punto di vista anatomico, i nuclei della base sono posizionati alla base del telencefalo, frapposti nella sostanza bianca.

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In questa immagine vediamo evidenziato il talamo, l’ipotalamo e il subtalamo, quest’ultimo costituisce la zona dove è presente un nucleo della base importante che è il nucleo subtalamico di Luys.

Vediamo poi altre strutture, le due cavità in alto sono i ventricoli laterali divisi da una striscietta verticale che si chiama setto pellucido e che unisce il fornice, inferiormente, al corpo calloso,  superiormente.

Ai lati di queste cavità, superiormente al talamo, notiamo una struttura “rosa” che è la testa del caudato, un nucleo della base.

Se poi guardiamo sotto il caudato, notiamo una striscia di sostanza bianca che altro non è che la capsula interna, dove decorre il fascio piramidale che ci permette di muoverci e infero-lateralmente si vede una specie di triangolo, diviso in tre zone, quelli sono tre nuclei della base: in ordine decrescente di grandezza vediamo il putamen, il globo pallido esterno e, infine, il più piccolo, il globo pallido interno.

C’è poi un altro nucleo della base, importantissimo, che non si trova in questa zona, ma nel mesencefalo, ai limiti tra il tegmento e il peduncolo cerebrale: la substantia nigra.

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Quella zona marrone che si vede in questo disegno (14) è proprio la substantia nigra, che si divide in due zone: una dorsale, compatta, e una ventrale, reticolata.

Tutti questi nuclei che abbiamo elencato formano il cosiddetto “circuito” dei nuclei della base che funziona nel seguente modo:

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Quelle verdi sono le efferenze eccitatorie – solitamente utilizzano il glutammato – mentre in azzurro sono le efferenze inibitorie – solitamente utilizzano il GABA.

Come potete vedere, è un vero e proprio circuito che ha un’entrata, rappresentata dalla corteccia cerebrale, i cui impulsi saranno filtrati nel circuito, e dalla substantia nigra compatta, cui spetta il compito di modulare, negativamente o positivamente, il circuito.

Abbiamo poi una porta d’uscita comune al circuito, rappresentata dal globo pallido interno e – non presente nell’immagine – dalla substantia nigra reticolata.

Dal globo pallido interno si esce, attraverso il fascicolo talamico – H1 di Forel – si giunge al talamo e si ritorna alla porta d’ingresso cioè alla corteccia che, da una parte, continua a tenere attivo il circuito, dall’altra invia impulsi motori destinati al tronco encefalico e al midollo spinale: i movimenti subiscono quindi un filtro, inibitorio o eccitatorio, all’interno del circuito dei nuclei della base.

Brevemente, riferendoci all’immagine sopra, il circuito funziona attraverso due vie: una via, detta “diretta”, che facilita il movimento e una via, detta “indiretta“, che inibisce il movimento.

Entrambe le vie, sia la diretta che l’indiretta, partono dalla substantia nigra compatta che manda impulsi positivi, di attivazione, ai neuroni presenti nel nucleo caudato e nel putamen.

Questi ultimi sono neuroni inibitori e mandano impulsi negativi, di inattivazione, ai neuroni del globo pallido interno che è costituito sempre da neuroni inibitori che mandano impulsi negativi al talamo.

In sostanza: nella via diretta, la substantia nigra compatta “attiva un freno (caudato e putamen) che frena un altro freno (globo pallido interno)” e il risultato finale sul talamo, e dunque sulla corteccia, è eccitatorio, facilitazione del movimento.

Nella via indiretta le cose sono più complicate, ma basta vedere l’immagine sopra per capire: la substantia nigra compatta, in questo caso, attiva i neuroni del caudato e del putamen – insieme prendono il nome di “striato” – che sono inibitori (un freno).

Questi neuroni, inibitori, inibiscono i neuroni del globo pallido esterno che, a loro volta, inibiscono il nucleo subtalamico di Luys.

Dunque, siccome, anche qui, abbiamo l’attivazione di un freno che attiva un’altro freno, il nucleo subtalamico di Luys viene stimolato e manda impulsi positivi al nucleo pallido interno, che è inibitorio sul talamo – per cui il risultato finale è inibitorio sul movimento.

Tutto questo grande casino avviene in condizioni fisiologiche: la modulazione negativa e positiva sono in equilibrio e tutto va bene.

Ma che cosa succede a questo circuito, così complesso, nel morbo di Parkinson?

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Nel morbo di Parkinson abbiamo la degenerazione della substantia nigra, che utilizza come neurotrasmettitore la dopamina: in sostanza, soprattutto nella via diretta, che è la più colpita in questa patologia, “non funziona l’attivatore del freno che frena il freno” – se un freno non viene frenato, scusate il gioco di parole, è logico che frena ancora di più – viene persa la via nigrostriatale.

Su quale struttura avviene il freno?

Sul talamo e dunque sulla corteccia motoria: è come se la corteccia motoria subisse costantemente un rallentamento, non è più eccitata come lo sarebbe normalmente e dunque ecco perché il paziente parkinsoniano appare lento nei movimenti.

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Le persone affette da morbo di Parkinson hanno tutta una serie di problemi: la lentezza dei movimenti, fanno una fatica incredibile a iniziare i movimenti, come se avessero una calamita che li spinge verso il basso, hanno una postura tipica, con il busto rivolto in avanti, camptocormica, e anche la deambulazione è caratteristica: quando camminano fanno brevi passi veloci – festina lente – ma il risultato finale è sempre quello di una lentezza generalizzata.

C’è però una novità.

Nel Parkinson, uno dei sintomi clinici è la depressione.

E’ abbasta logico aspettarsi un quadro depressivo: il paziente perde la sua qualità di vita e quindi diventa depresso.

Questo è vero, da un punto di vista psicologico, ma dal punto di vista esclusivamente neurologico, oggi sappiamo che la depressione, in questi pazienti, è dovuta proprio al malfunzionamento di questi circuiti frontostriatali.

Perché?

Noi abbiamo detto che il circuito dei nuclei della base riceve afferenze dalla corteccia, in particolare quelle motorie: la motoria primaria, le premotorie, le supplementarie motorie.

Ma il circuito riceve solo queste afferenze?

Assolutamente no.

In realtà, oltre quella appena citata, ci sono altre tre connessioni tra la corteccia e i nuclei della base:

frontostriatali

La funzione oculomotoria viene compromessa nel Parkinson: le corteccie implicate sono la FEF – frontal eye fields – e la sua SEF – supplementary eye fields – per la pianificazione motoria dei movimenti oculari – anche queste devono subire lo stesso filtro da parte dei nuclei della base affinché gli stimoli vengano inviati correttamente ai collicoli superiori.

Poi, abbiamo una compromissione degli aspetti cognitivi in quanto nel circuito entrano anche la corteccia prefrontale dorsolaterale e l’orbitofrontale laterale che sono strettamente implicate nei processi di decisione.

Infine, quello che interessa a noi, abbiamo una disfunzione della corteccia orbitofrontale mediale e dell’area cingolata anteriore, strutture annesse al sistema limbico e dunque all’emotività.

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Numerosi studi scientifici dimostrano che patologie a carico di queste aree possono provocare stati di depressione maggiore:

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Tutti questi studi ci hanno consentito di comprendere meglio la fisiopatologia e la comorbilità della depressione nel morbo di Parkinson.

Per concludere, è interessante notare come tutti i circuiti frontostriatali siano collegati tra loro e questo ci suggerisce una novità interessantissima e cioè che “non c’è azione, non c’è decisione, senza emozione“.

Oggi, purtroppo, non esiste ancora una cura per questa patologia: nel prossimo articolo ci occuperemo delle terapie classiche e di quelle che sono le nuove prospettive terapeutiche.

Spero di essere stato il più chiaro possibile nell’esporre un argomento così tanto complesso.

Il limite, se così possiamo definirlo, della divulgazione scientifica è che bisogna sempre scegliere il giusto compromesso tra precisione semplicità.

Se avete dubbi o volete chiarire alcuni concetti, sapete dove trovarmi:

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Un saluto e alla prossima.

L’ansia, una preziosa alleata

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Come accennava il mio collega ed alter ego @neuronevrotico, occorre fare chiarezza tra i seguenti termini:

– ansia
– panico
– disturbo d’ansia
– disturbo di panico

Nel linguaggio comune vi è parecchia confusione in merito.

Noi li analizzeremo, insieme, uno per uno.

Oggi partiamo con l’ansia, gli altri li esamineremo nei capitoli successivi.

Cominciamo.

1. Ansia

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Ciò che noi definiamo come “ansia”è una sensazione psicologica di malessere interiore, relativa al funzionamento fisiologico del nostro sistema nervoso autonomo.

“Autonomo” significa che la nostra volontà non può controllarlo.

In particolare, il nostro sistema nervoso autonomo si divide in due componenti:

  • componente parasimpatica
  • componente simpatica

Le due componenti hanno effetti opposti tra di loro [vedi qui].

La componente parasimpatica si attiva nei momenti in cui siamo calmi o quando non ci troviamo in una situazione particolarmente stressante.

La componente simpatica, invece, si attiva quando c’è un pericolo imminente o quando ci troviamo in una situazione stressante.

curva-energetica

Provate a pensare a una situazione classica, come il momento prima di un esame universitario.

La frequenza cardiaca aumenta (tachicardia), molti hanno mal di stomaco (inibizione della peristalsi), c’è chi respira più in fretta, chi suda di più ecc.

Non siete convinti?

Pensate a una cena, dove ci sono persone che vi creano disagio: potete avere davanti il piatto più prelibato del mondo, ma in nessun modo riuscirete a gustarlo.

Perché?

Perché il sistema nervoso simpatico inibisce la salivazione, non facendovi assaporare correttamente il cibo.

Quindi, abbiamo individuato nel sistema nervoso simpatico la causa organica, le cui azioni determinano, nella mente dell’individuo, l’effetto, cioè la “nostra” famosa ansia.

Potreste allora pensare di sbarazzarvi per sempre di questo cattivo compagno: via il sistema nervoso simpatico, via l’ansia!

La logica è in parte esatta e la scelta più che comprensibile – probabilmente, però, finireste sotto un’auto nel giro di trentasette secondi.

Perché?

Perché se la natura, il caso, Dio – quello che volete – ci ha forniti del sistema nervoso simpatico, e quindi dell’ansia, un motivo c’è: difenderci dai pericoli che la vita ci propone ogni giorno.

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Se vi trovate davanti a un leone, non è che il cuore si mette a battere velocemente per il puro scopo di farvi paura.

Batte velocemente perché una maggiore quantità di sangue dev’essere pompata ai muscoli che vi permetteranno di fuggire dal leone.

[…]

Ok, che poi il leone sia più veloce di voi quello è un altro discorso, ma il concetto rimane lo stesso.

L’ansia dovete iniziare a concepirla come un’arma che vi difende continuamente dalle avversità, quindi positiva.

Passiamo a un po’ di domande comuni.

D. L’ansia si cura?

R. No e non avrebbe alcun senso farlo.

D. L’ansia può causare disfunzioni sessuali?

R. Sì, il sistema nervoso simpatico, negli uomini, inibisce l’erezione – la famosa défaillance per ansia da prestazione; nella donna, invece, inibisce le secrezioni vaginali, causando un calo della libido.

D. L’ansia può provocare l’insonnia?

R. Assolutamente sì.

D. Che cure esistono per l’insonnia causata dall’ansia?

R. Se stiamo parlando di un ansia fisiologica, quindi non di un disturbo, esistono delle medicine naturali.

Anche su questo punto è bene smentire alcune voci.

1. La camomilla non induce il sonno – al massimo lo migliora, perché facilita la digestione.
2. L’omeopatia, dal punto di vista chimico, è acqua – se credete all’effetto placebo, ben venga.
3. La melatonina induce il sonno ma non ha proprietà ansiolitiche.

La valeriana, invece, è adatta all’insonnia, se quest’ultima è causata dall’ansia.

Perché?

Essenzialmente, il nostro organismo produce un neurotrasmettitore chiamato GABA.

Questo neurotrasmettitore è inibitorio: inibisce anche il sistema nervoso simpatico e quindi l’ansia.

L’acido valerico, contenuto nella valeriana, ha una struttura chimica praticamente identica al GABA.

Per questo motivo la valeriana possiede proprietà ansiolitiche ed è ottima per indurre un sonno regolare – se l’ansia è fisiologica.

Apro una parentesi: non fate mai sniffare dell’estratto secco di valeriana a un gatto.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=4I2HcBm2zxE&w=560&h=315]

Chiusa parentesi.

Un’ultima considerazione, importante.

La quantità d’ansia non è ciò che determina se una persona soffre o meno di un disturbo d’ansia: nella vita esistono persone ansiose e persone meno ansiose.

Il problema dell’ansia, quindi, qual è?

L’unico problema dell’ansia è che, in alcuni casi, purtroppo, si può trasformare in panico – che è un altra cosa – e lì iniziano i problemi.

Del panico, però, ne parleremo nel secondo capitolo di questa splendida avventura all’interno della psiche umana.

Per qualsiasi informazione sull’argomento potete rivolgervi o ad @andpalmieri o a @neuronevrotico: è indifferente.

Il cervello, tra inconscio e confabulazione

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Che l’inconscio esista non ci sono dubbi ma, dal punto di vista neuroanatomico, ancora nessuno conosce con esattezza le vie nervose in cui esso è implicato.

Tuttavia, come spesso accade in neurologia, la conoscenza del funzionamento di certe aree, e la loro correlazione con l’inconscio, ci arriva dalle patologie che possono affliggere il sistema nervoso.

In particolare, in questo articolo, voglio parlarvi di tre patologie in cui l’inconscio, in tutto il suo splendore, emerge dai substrati cerebrali dove lavora e in cui resta nascosto.

Prima di entrare nel vivo di queste patologie, dobbiamo fare alcune premesse teoriche che saranno utili per far apprendere al meglio la lettura anche ai “non addetti”.

Un tempo – si parla di neanche 30 anni fa – il sistema nervoso veniva concepito come una struttura a “compartimenti stagni”: cosa vuol dire?

Ebbene, tempo fa, si riteneva che nel cervello ci fossero tre compartimenti distinti e che ognuno lavorasse per conto proprio, in maniera autonoma.

In questa teoria il cervello era diviso in un compartimento prettamente motorio, un compartimento  sensitivo e un compartimento associativo in cui tutte le percezioni, che provenivano dell’ambiente esterno, venivano elaborate.

Dal punto di vista della citoarchitettonica questa teoria è corretta: infatti, se andiamo a considerare quella che è la struttura della corteccia cerebrale nei tre compartimenti, notiamo che ci sono delle differenze evidenti.

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Qui vediamo rappresentati i tre tipi di “architettura” dei vari compartimenti, sono neocortecce, in particolare isocortecce, a sei strati: naturalmente nel compartimento motorio troveremo una quantità di fibre efferenti maggiormente rappresentate, nel compartimento sensitivo avremo un numero maggiore di fibre afferenti, mentre nel compartimento associativo avremo una distribuzione pressoché equa tra vie afferenti ed efferenti.

La logica conseguenza di questa “teoria dei compartimenti stagni” fu che la percezione e il movimento furono inizialmente considerate divise tra di loro: il movimento da una parte, la percezione dall’altra.

Questa teoria andò avanti per molti anni fino a quando, tra gli anni ’80 e ’90, a Parma, un gruppo di ricercatori, tra cui Rizzolatti e Gallese, scoprirono, nelle aree premotorie delle scimmie, particolari neuroni che chiamarono neuroni specchio.

Successivamente, Sakata, ritrovò gli stessi neuroni nel lobo parietale posteriore, prima considerato esclusivamente associativo, percettivo.

Infine, questi neuroni furono scoperti nell’uomo e poi ritrovati nell’area di Broca, tramite la risonanza magnetica funzionale, da Buccino insieme ad alcuni ricercatori dell’università di Düsseldorf, in Germania.

Come afferma Ramachandran:

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In effetti, la grande “novità” fu che questi neuroni specchio, non solo erano motori, ma anche percettivi: quando l’animale compiva un’azione, motoria, come per esempio raccogliere una nocciolina, questi neuroni “sparavano” (in gergo significa emettere impulsi nervosi), ma sparavano anche quando l’animale vedeva compiere la stessa azione.

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Per cui la teoria del cervello a compartimenti stagni non aveva più senso, dal momento che la percezione e la motricità sono biunivocamente unite tra di loro: la corteccia associativa parietale e quella premotoria frontale comunicano,in continuazione, e questo ci può far comprendere alcune situazioni patologiche in cui questa connessione, questo circuito, frontoparietale, viene meno.

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Innanzitutto, ciò che dobbiamo considerare è la via ottica, classica, che parte dai fotorecettori della retina, passa dai neuroni bipolari e dai neuroni gangliari che andranno a costituire il nervo ottico: i due nervi ottici incrociano soprano l’ipofisi (chiasma ottico) e proseguono come tratto ottico fino a raggiungere i nuclei genicolati laterali del talamo. Da questi nuclei si procede con la radiazione ottica e si arriva alla corteccia visiva primaria nel lobo occipitale.

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Ma una volta che gli impulsi sono arrivati alla corteccia visiva primaria, questo non basta per attribuire un significato all’oggetto della visione.

Dalla corteccia visiva primaria partono infatti due vie, la via dorsale del dove/come che arriva al lobo parietale posteriore e ci da un’informazione sulle coordinate visuo-spaziali dell’oggetto della visione e su come, eventualmente, possiamo interagire con esso, e la via ventrale  del cosa che arriva a parte dei lobi temporali e ci da un’informazione su “cosa” stiamo vedendo.

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Iniziamo quindi ad analizzare alcune patologie: vi farò prima vedere una patologia che colpisce la via dorsale del dove/come e, in seguito, una che colpisce la via del cosa, per farvi capire come non basta che l’impulso visivo arrivi all’area visiva primaria, ma dev’essere ulteriormente elaborato affinché possiamo averne un significato preciso.

In primo luogo, ribadiamo il concetto che queste persone vedono: hanno una retina assolutamente sana, un nervo ottico assolutamente sano, una corteccia visiva assolutamente sana – ciò che non funziona è il lobo parietale.

Come si può vedere dall’immagine sottostante, al paziente in questione viene chiesto di rappresentare l’immagine che gli viene mostrata, dapprima un cerchio, poi un triangolo e, via via che l’informazione visiva diventa sempre più complessa, si nota l’enorme fatica che questi soggetti hanno nel riprodurre le immagini a complessità maggiore.

Tuttavia, queste persone non solo vedono, ma sanno cosa stanno vedendo, difatti se gli si chiede “dimmi che cosa vedi“, indicando una bicicletta, loro risponderanno correttamente “vedo una bicicletta“, perché la via ventrale del cosa, che viaggia nei lobi temporali, è assolutamente intatta, qui la lesione è nel lobo parietale.

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Guardiamo adesso la situazione opposta, e cioè una lesione nella via ventrale del cosa: anche in questo caso la via visiva è intatta, il lobo parietale è sano, ciò che non funziona è la parte medioventrale del lobo temporale.

Stesso esperimento di prima: al paziente viene proposto un modello da disegnare.

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Come potete notare il paziente è assolutamente in grado di riprodurre graficamente l’immagine che gli viene proposta, perché la via dorsale, parietale, del dove/come, è intatta, ma se provate a chiedergli “dimmi che cosa stai vedendo” loro risponderanno sempre in maniera errata: alla vista di una chiave rispondono “non so cosa sia“, se guardano un maiale “uhm, potrebbe essere un cane forse, o qualsiasi altro animale” e, con l’aumentare dell’informazione visiva le risposte diventano sempre più assurde.

Esistono numerose altre patologie che colpiscono il lobo parietale posteriore e il lobo temporale visivo, ma ce ne sono due, in particolare, dove il meccanismo dell’inconscio emerge del tutto: per quanto riguarda il lobo parietale posteriore, nella via dorsale, del come/dove, una delle patologie più interessanti da comprendere è il neglectsindrome da negligenza spaziale unilaterale.

La caratteristica principale di questa malattia è il non riconoscimento dello spazio “visivo” di sinistra: per intenderci, se a questi soggetti viene proposto di disegnare un fiore o una casa, disegneranno solo la metà di destra, tralasciando completamente la metà di sinistra, oppure, se devono mangiare una pizza lasceranno intatta la metà sinistra, mangiando solo la metà di destra e così via.

Questa è una lesione del lobo parietale posteriore di destra in cui si ha una perdita delle coordinate visuo-spaziali e dell’attenzione nell’emicampo visivo di sinistra: è come se l’assenza del riconoscimento spaziale nel dove/come nascondesse il cosa.

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Per adesso prendetela così, nel prossimo articolo, dove parleremo dei neuroni specchio e dei circuiti frontoparietali, vi spiegherò meglio perché accade ciò, per ora concentriamoci sui sintomi.

Recentemente è stato fatto un piccolo esperimento in cui a questi pazienti è stato mostrato il disegno di due case: una che brucia (in alto) nella sua metà sinistra e un’altra normale (in basso).

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Naturalmente, chi non è affetto da questa patologia vede chiaramente che nel disegno c’è una casa che brucia in alto, ma i pazienti con neglect vedono solo la metà di destra di entrambe le case, tralasciando quella di sinistra: per cui vedono due case a metà assolutamente normali, senza accorgersi del fuoco che è a sinistra.

E qui viene fuori l’inconscio – perché se a queste persone chiedete “in quale delle due case preferiresti andare, in quella di sopra o in quella di sotto?” – tenetevi forte – tutti rispondono nella casa di sotto, nessuno sceglie la casa dove c’è il fuoco, anche se loro non sono consapevoli che la casa di sopra a sinistra brucia.

La cosa interessante è che se provate a chiedergli “mi puoi spiegare perché preferiresti andare nella casa di sotto?” – loro rispondono “perché mi sembra più bella della casa di sopra“.

Questo è un chiaro esempio di confabulazione: la risposta di questi pazienti è infatti assurda – come possono affermare che una delle due case è più bella se le vedono esattamente uguali?

In pratica, ciò che succede è questo: il nostro cervello, quello umano, è dotato di massima razionalità, nel senso che dall’alba dei tempi siamo dei cercatori di cause e quando non riusciamo a capire queste cause, confabuliamo.

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In questi pazienti, a livello conscio, l’immagine dell’emicampo visivo di sinistra, dove c’è il fuoco, non riesce ad emergere perché c’è una disconnessione tra la corteccia visiva primaria e la parietale posteriore, però il loro inconscio,che è ancora sano, elabora l’immagine per intero e li avverte silenziosamente del “pericolo” che si cela nella casa che brucia, influendo di conseguenza sulla loro scelta.

Per cui, da una parte, il loro “Io”, cosciente, gli suggerisce che le case sono uguali e che non c’è nessun pericolo, ma il loro inconscio li induce a non scegliere la casa che brucia e quando gli si chiede di spiegare perché, cioè la causa per cui preferirebbero andare nella casa di sotto, è come se il loro cervello per un millesimo di secondo andasse in tilt e finiscono per dare una risposta che per loro è razionale, ma oggettivamente è assurda: confabulazione.

Il fenomeno della confabulazione lo ritroviamo in tantissime altre patologie, come il blind sight o visione cieca.

Qui, a differenza del neglect il paziente è cieco, perché ha una lesione a carico dell’area visiva primaria.

Allora a questi pazienti è stato fatto un esperimento: si proiettano su un monitor dei fasci di luce che vanno in su, in giù, a destra, a sinistra ecc.

Si chiede quindi al paziente di dire qual è la direzione delle luci.

La prima reazione, più che motivata, sarà “ma se sono cieco, come faccio a vedere in che direzione vanno le luci?

Quindi il medico risponde “non preoccuparti, prova“.

Ora, che ci crediate o meno, il paziente “indovina” sempre la direzione delle luci e, se gli si chiede: “esatto, ma come hai fatto a capirlo?” loro risponderanno “ho tirato a caso, sono stato fortunato” – confabulazione.

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Parliamoci chiaro, se una persona indovina la direzione della luce “100 volte su 100” o ha una fortuna immensa oppure ci sarà “qualcosa” che inconsciamente li guida nella scelta.

Effettivamente quel “qualcosa” esiste davvero.

Perché noi abbiamo due visioni, una è quella classica, conscia, che dalla retina va alla corteccia visiva primaria, e l’abbiamo descritta prima, l’altra è una visione inconscia che dalla retina va ai collicoli superiori del mesencefalo e da questi alle cortecce visive extrastriate, che non sono danneggiate dalla lesione e che ci guidano, inconsciamente, nell’ombra, senza che noi ce ne accorgiamo.

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L’ultimo caso che voglio proporvi è una patologia che in passato veniva chiamata delirio di Capgras, in quanto si riteneva fosse la manifestazione di un complesso di Edipo non risolto, oggi invece, per sottolineare il carattere esclusivamente organico della malattia, si preferisce attribuirle il nome di sindrome di Capgras.

La questione è molto semplice: è una patologia della via ventrale, del cosa, una lesione a carico della scissura temporale superiore del lobo temporale – tale scissura è una via di collegamento tra il giro fusiforme e l’amigdala, che ormai conosciamo bene.

Che cosa vuol dire in termini semplici?

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Il giro fusiforme è un area del lobo temporale dove le informazioni visive, che giungono dalla corteccia visiva primaria, vengono elaborate per darci un’informazione relativa al riconoscimento dei volti, tanto è vero che se il giro fusiforme viene danneggiato abbiamo una patologia che è la prosopagnosia, ovvero l’incapacità totale di riconoscere i volti delle persone.

I pazienti affetti dalla sindrome di Capgras hanno anche la prosopagnosia?

No, perché il loro giro fusiforme è sano e i volti li riconoscono bene.

Hanno problemi come mancanza di emotività?

No, perché la loro amigdala funziona.

Dunque, dov’è il problema?

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Il problema risiede nel collegamento tra il riconoscimento di un volto (giro fusiforme) e il significato emotivo (amigdala) che si attribuisce a quel volto: nella sindrome di Capgras questo collegamento non funziona.

Vi faccio un esempio: quando voi guardate il vostro partner, affinché possiate riconoscerlo, non vi basta che gli impulsi visivi dalla retina giungano alla corteccia visiva primaria del lobo occipitale, questo è chiaro.

Ma non basta nemmeno che gli impulsi visivi dalla corteccia visiva primaria giungano al giro fusiforme: perché in quel caso voi riconoscete un volto e basta, non siete ancora in grado di attribuire a quel determinato volto il significato emotivo che gli spetta.

Quando, infine, dal giro fusiforme, l’impulso visivo giunge all’amigdala, il cervello elabora il fatto che quel volto che avete visto corrisponde emotivamente al vostro partner e lo riconoscete.

Funziona con il partner, ma anche con i genitori, persino con gli animali, con chi volete voi, purché quella persona abbia per voi un significato emotivo non nullo.

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Allora cosa succede nella sindrome di Capgras?

Succede che queste persone, quando vedono la moglie – e dal punto di vista visivo, sanno che costituzionalmente, fisicamente, quella persona è una donna “identica” alla loro moglie – siccome manca il collegamento finale, cioè quello emotivo, non riescono più a riconoscerla in quanto tale, cioè come moglie, ma solo come persona.

Capite bene che, purtroppo, per chi la vive, soprattutto per il malato, ma anche per il partner, è una tragedia vera e propria.

Perché la moglie, razionalmente, dirà:

“Ma come, non mi riconosci? Sono io, tua moglie

Però il paziente le risponderà – confabulando, anche in questo caso:

Riconosco che sei identica a mia moglie, però non sei mia moglie, evidentemente sei un impostore travestito da lei o qualcuno che sta complottando contro di me“.

Il fatto curioso, però, è che se la moglie telefona al marito, lui, immediatamente, la riconosce in quanto tale, cioè come sua moglie e non più come impostore.

Perché? 

E’ molto semplice: perché l’area acustica primaria, che si trova sempre nel lobo temporale, così come il giro fusiforme, è connessa all’amigdala tramite un altro collegamento, diverso dalla scissura temporale superiore, che in quel caso è danneggiata.

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Sono stati riportati dei casi, sporadici, di persone che affermavano di essere affetti dalla sindrome di Capgras, pur non essendo vero.

I motivi sono molteplici ma, essenzialmente, erano persone che cercavano una scusante per troncare il rapporto col proprio partner in maniera indolore.

Quindi come si fa a capire se un paziente ha davvero la sindrome di Capgras o sta solo mentendo, ovvero, come si diagnostica la malattia?

In pratica, quando ci emozioniamo, per esempio quando vediamo una persona che ci piace, anche se non ce ne accorgiamo, a livello della cute avviene una specie di microsudorazione che può essere misurata attraverso un’apparecchiatura: è quello che si definisce riflesso psicogalvanico.

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Il funzionamento è semplice, si mette il paziente di fronte alla persona che dovrebbe suscitargli un’emozione e, allo stesso tempo, si fa passare un’impercettibile scossa elettrica nel corpo del paziente.

Se quella persona suscita emozione nel paziente, l’apparecchiatura rivela un abbassamento della resistenza al flusso elettrico perché c’è la microsudorazione che fa da conduttore.

Viceversa, alla vista di una persona che non suscita alcuna emozione la microsudorazione non avviene e il flusso elettrico incontra una maggiore resistenza che verrà letta dall’apparecchiatura.

Per cui, se un paziente afferma di avere la sindrome di Capgras pur non avendola, si innesca il riflesso psicogalvanico e significa che sta mentendo.

Infatti, i pazienti che hanno davvero la sindrome di Capgras, non hanno un riflesso psicogalvanico alla vista della moglie.

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Per concludere sul discorso dell’inconscio, con Freud, così criticato dalla società del suo tempo, sono stati condotti alcuni esperimenti in cui è stato misurato il riflesso psicogalvanico ad alcune persone mentre osservavano la madre e – neanche farlo apposta – in quasi tutti i casi l’apparecchiatura rilevava una bassissima resistenza alla scarica elettrica: in parole povere il complesso di Edipo esiste davvero.

Con questo abbiamo terminato, in parte – perché effettivamente di cose ce ne sarebbero da dire tante – il nostro excursus sull’inconscio.

Nei prossimi articoli tratterò i circuiti frontoparietali, quindi neuroni specchio e non solo, mentre, successivamente, scriverò un articolo sulla memoria e sul substrato anatomico dei ricordi.

Per qualsiasi informazione su questi argomenti potete sempre contattarmi su Twitter.

I neuroni specchio e la codifica dello scopo

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Nell’articolo di oggi voglio parlarvi di una storia.

Una storia che inizia tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso e che ha completamente stravolto il concetto di “sistema motorio”.

Ebbene, l’idea che si aveva un tempo del sistema motorio è ben riassunta in questa frase di Henneman che dice:

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Analizziamo bene la prima parte: “Il sistema motorio esiste per tradurre pensieri, sensazioni ed emozioni in movimenti”.

Già da questa semplice affermazione capiamo due cose importanti:

1. un tempo la sensazione e il movimento erano considerate come due cose distinte, sia dal punto di vista morfologico che funzionale – già avevo accennato al concetto dei “due compartimenti” nel mio articolo precedente

2. Henneman, affermando che il sistema motorio serva semplicemente a “tradurre” le emozioni, i sentimenti ecc. in movimenti, di fatto, preclude al sistema motorio qualsiasi tipo di funzione cognitiva

Inoltre, anche dal punto di vista anatomico, le aree motorie erano considerate qualcosa di estremamente semplice.

Sostanzialmente, le aree motorie erano tre: una motoria primaria, a livello del giro precentrale, una supplementare motoria sulla parte mesiale degli emisferi e una premotoria situata davanti al giro precentrale – tutte quante nel lobo frontale.

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In realtà, oggi sappiamo che il sistema motorio è costituito, sì, da queste aree, ma è molto più complesso di quanto si pensava all’epoca, perché la premotoria è stata suddivisa in quattro “sotto-aree” che sono la premotoria ventrale rostrale (F5), la ventrale caudale (F4), la dorsale rostrale (F7) e la dorsale caudale (F2); a queste si aggiungono i frontal eye fields (FEF) per i movimenti oculari, la corteccia motoria primaria è diventata F1, l’area supplementare motoria è stata suddivisa in una pre-supplementare motoria (F6) e in un’area supplementare motoria propriamente detta (F3).

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Naturalmente queste aree sono state individuate e studiate meglio nell’animale, ma esistono delle aree omologhe nell’uomo: giusto per fare un esempio, in molti sostengono che l’omologo dell’area F5 nell’uomo sia l’area di Broca.

Ma il nostro sistema motorio non finisce qui, ovvero, non è confinato al lobo frontale.

Esistono infatti tutta una serie di aree, “nascoste” all’interno del solco intraparietale, che comunicano – sono anatomicamente e funzionalmente connesse – con le aree premotorie.

Dunque, nella concezione moderna di “sistema motorio”, dobbiamo includere anche queste aree del lobo parietale – delle aree che, fino a neanche trent’anni anni fa, erano considerate esclusivamente sensitive.

Ma come ci siamo arrivati a questa grande rivoluzione?

La storia comincia a Parma: alcuni ricercatori del gruppo del professor Rizzolatti stavano studiando le aree premotorie nella scimmia.

Questi studi venivano effettuati su singoli neuroni, cioè si poneva un micro-elettrodo all’interno delle singole cellule e si andava a registrare la loro attività elettrica interna, correlando il tutto a ciò che la scimmia faceva in quel determinato istante.

Le prime grandi scoperte arrivarono dall’area F5.

Premessa: da adesso in avanti utilizzerò il termine “sparare” per riferirmi all’attività elettrica dei neuroni, perché il nostro sistema nervoso “parla” solamente attraverso un segnale elettrico che si chiama potenziale d’azione e questo segnale è sempre identico, per cui l’unico modo per evitare che ci sia una ridondanza nel “linguaggio” attraverso cui i nostri neuroni comunicano, è la modulazione della frequenza di questi segnali: se aumenta la frequenza dei potenziali d’azioni significa che, in qualche modo, lo stimolo che li ha generati è più intenso e viceversa. Dunque quando diciamo che il neurone “spara” ci riferiamo al fatto che aumenta la sua frequenza dei suoi potenziali d’azione.

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Nell’area F5 furono trovati diversi neuroni con attività elettriche alquanto “strane”, per ciò che si riteneva ai tempi: i ricercatori avevano notato che, registrando la loro attività elettrica, questi neuroni “sparavano” non quando la scimmia compiva dei movimenti, ma quando faceva delle azioni – in particolare, le azioni codificate nell’area F5 sono azioni eseguite con la mano.

Ora, dato che alcuni potrebbero chiedersi quale sia la differenza tra un movimento e un’azione (sembrano sinonimi, non lo sono), ho pensato che fosse più semplice farvi vedere due video.

In questo primo video vedete dei movimenti: contrazioni muscolari.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=1EB_XQ1uJvI&w=560&h=315]

Qui invece si vede un’azione, ovvero una serie di contrazioni muscolari, che hanno in comune uno scopo 

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=KM25xFw5efY&w=560&h=315]

Chiaramente l’azione può essere “diretta sull’oggetto“: aprire una porta, spostare una sedia ecc. oppure “non-diretta sull’oggetto“, pensate, per esempio, a un “ciao” o al mostrare il “dito medio”, sono azioni perché hanno uno scopo, nel primo caso quello di salutare e nel secondo caso quello di offendere.

Già questa era una grande scoperta all’epoca, tant’è vero che Henneman, nella descrizione di sistema motorio, parlava di movimenti, non di azioni.

Infatti un tempo si credeva che, per compiere un’azione, il sistema motorio dovesse mettere insieme tanti movimenti, nella corteccia premotoria, per poi farli uscire attraverso un output comune, la motoria primaria, il midollo spinale e poi i vari muscoli coinvolti in quella determinata azione.

Questi neuroni delle aree promotorie, invece, codificano già per le azioni di manipolazione.

Immaginate quindi tanti “moduli” di neuroni: quando attiviamo un singolo modulo, questo ci fa compiere un’azione come “prendi con una presa di precisione”, se magari dobbiamo prendere una tazzina di caffè bollente, oppure “prendi con tutta la mano” per tenere un bicchiere d’acqua in mano, e così via.

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La cosa curiosa però è che questi neuroni non solo sparavano quando l’animale compiva un’azione su un oggetto, ma anche quando l’animale vedeva quell’oggetto: gli stessi neuroni che si attivano quando l’animale prende un determinato oggetto, si attivano anche quando l’animale vede lo stesso oggetto.

Questi neuroni furono chiamati neuroni canonici.

Capite bene che questo era qualcosa di assolutamente straordinario: nessuno si sarebbe mai aspettato che un neurone avesse sia proprietà motorie che proprietà sensoriali, come il rispondere a stimoli visivi, e nessuno si sarebbe mai aspettato di trovare delle funzioni sensoriali all’interno di un’area motoria.

Inoltre, la terza novità assoluta riguardava il fatto che i neuroni canonici, appartenenti per esempio all’emisfero sinistro, si attivavano sia se l’animale compiva un’azione su un oggetto con la mano sinistra, sia se la compiva con la mano destra e questo andava in contrasto con l’idea che si aveva di netta controlateralità del sistema motorio – in realtà questa idea risulta ancora valida per la corteccia motoria primaria, ma non per le altre aree dove la rappresentazione delle azioni è bilaterale.

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In quest’immagine (a) vedete che lo stesso neurone canonico, appartenente all’emisfero sinistro, spara molto bene sia se l’azione è eseguita con la mano destra che con la mano sinistra, però, se ci fate caso, notate una cosa strana (b): il neurone spara molto di meno se l’azione è eseguita su un oggetto diverso.

Perché?

Perché i neuroni canonici non sono tutti gli stessi: tutti codificano per azioni di manipolazione (grasping), ma ci sono neuroni canonici che codificano azioni per oggetti piccoli, quindi prese di precisione, altri che codificano azioni per oggetti più grandi, quindi con l’intera mano, altri che codificano quando l’animale spezza un oggetto e così via.

Dunque l’azione codificata dai neuroni canonici, dal punto di vista motorio, deve essere “adeguata” in base a quelle che sono le caratteristiche pragmatiche dell’oggetto in questione: immaginate di prendere un bicchiere di acqua come se doveste prendere una tazzina di caffè, è ovvio che difficilmente ci riuscirete e, in qualche modo, i neuroni canonici agiscono nella stessa maniera.

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Successivamente, tramite tecniche di colorazione ecc., si è visto che l’area F5 è biunivocamente connessa con un’area del solco intraparietale che è l’area AIP (intraparietale anteriore).

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Nell’area AIP giungono informazioni provenienti dallo stream dorsale, cioè dalle cortecce visive extrastriate, e queste informazioni riguardano le caratteristiche pragmatiche dell’oggetto che la scimmia sta osservando.

Per cui si viene a creare una sorta di circuito tra il lobo parietale e il frontale, AIP-F5, che è il circuito della manipolazione.

Ma nell’area AIP che neuroni ci sono?

In base all’anatomia classica, e a quanto ho appena detto, ci si aspetterebbe di trovare neuroni esclusivamente sensoriali, che rispondono a stimoli visivi. In realtà però, i neuroni dell’area AIP non rispondono solo a stimoli visivi perché sono anche neuroni motori.

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Questo schema riassume gli esperimenti di un neurofisiologo giapponese, Sakata: il suo paradigma sperimentale era particolare perché prevedeva di registrare l’attività elettrica dei neuroni dell’area AIP, sia quando l’animale fissava un oggetto, sia quando l’animale manipolava un oggetto e il tutto doveva avvenire in due condizioni di illuminazione differenti (al buio e alla luce).

Tralasciando il paradigma sperimentale di Sakata, e se fatte le dovute differenze, è chiaro che i neuroni che lui definisce come “motor dominant” sono caratteristicamente identici ai neuroni canonici dell’area F5: infatti vedete che il neurone “motor dominant” spara sia se l’animale osserva l’oggetto, sia se lo manipola, indipendentemente se sia al buio o alla luce.

E quindi cominciano a tornare un po’ di cose in tutto il nostro discorso: perché se ci sono neuroni con proprietà sensoriali nelle “aree motorie” e neuroni con proprietà motorie nelle “aree sensoriali”, allora non è vero che la sensazione e il movimento sono due cose fisicamente sconnesse tra di loro.

La storia sarebbe destinata a concludersi qua, con la scoperta dei neuroni canonici e con tutto il concetto di sistema motorio che viene messo in discussione, ma sempre nell’area F5 sono stati individuati particolari neuroni che sparavano sia quando l’animale eseguiva l’azione su un oggetto, sia quando vedeva un altro animale o uno sperimentatore eseguire la stessa azione: questi neuroni scoperti da Rizzolatti furono chiamati neuroni specchio

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Una delle prime domande che ci si è posti quando sono stati scoperti i neuroni specchio è stata: “che cosa se ne fanno le scimmie di neuroni con queste caratteristiche”?

Diverse sono state le ipotesi formulate, una di queste prevedeva che i neuroni specchio nella scimmia servano a imitare.

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Tuttavia, andando a vedere quella che è la definizione di “imitazione” capiamo che in realtà è un termine che non si addice molto nella scimmia o comunque in qualsiasi altro animale.

Perché?

Perché, per definizione, il processo di imitazione richiede che ci sia un’interazione tra un modello da imitare e un individuo che ripete tutto ciò che il modello compie: si viene cioè a creare un rapporto diadico tra chi compie l’azione e chi la imita e questo tipo di rapporto negli animali non avviene mai.

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Gli animali sono in grado di apprendere perché associano, ma non di imitare, e c’è una netta differenza tra l’imitazione e l’apprendimento perché l’imitazione, che è caratteristica esclusiva dell’essere umano, ci ha consentito di imparare a parlare – pensate a un bimbo che impara a dire “papà, mamma” perché è capace di imitare – e tramite il linguaggio, imparando a parlare, abbiamo accorciato i lunghissimi tempi dell’evoluzione e accorciando i tempi dell’evoluzione abbiamo appreso più concetti sviluppando la cultura, che è forse la caratteristica che più ci contraddistingue tra tutte le altre specie animali.

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Quindi, se nella scimmia non servono per imitare, a che cosa servono i neuroni specchio?

L’ipotesi più accettata è che i neuroni specchio nella scimmia siano di fondamentale importanza nel codificare lo scopo di un’azione.

Perché?

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Qui vedete uno studio pubblicato dal gruppo del professor Rizzolatti nel 2001.

Fate attenzione, ci sono quattro situazioni:

a) se lo sperimentatore finge di prendere un oggetto, il neurone non spara perché affinché spari deve esserci un’interazione tra l’effettore biologico, la mano, in questo caso, e l’oggetto su cui viene compiuta l’azione – se manca questa interazione il neurone specchio non spara più. Quando poi la scimmia vede lo sperimentatore prendere l’oggetto, allora il neurone aumenta la sua frequenza di scarica.

b) è la stessa situazione del punto a, cioè il neurone specchio non risponde se lo sperimentatore finge l’azione, ma se lo sperimentatore compie un’azione su un oggetto che è stato nascosto dalla vista della scimmia – naturalmente la scimmia sa già che l’oggetto si trova dietro lo schermo – vedete che il neurone spara anche se la scimmia non è in grado di osservare l’intera sequenza e perché succede questo?

Perché la scimmia sa che dietro lo schermo c’è lo scopo della sua azione e dunque il neurone specchio aumenta la sua frequenza di scarica anche se la scimmia non è in grado di vedere la sequenza per intero.

Infatti, se guardate la d), si vede chiaramente che se dietro lo schermo non c’è lo scopo dell’azione, l’attività elettrica del neurone specchio diminuisce drasticamente.

E nell’uomo? 

Esistono i neuroni canonici o i neuroni specchio nell’uomo?

Se esistono anche nell’uomo, che cosa se ne fa di questi neuroni?

Per adesso ci fermiamo qui, perché l’argomento è veramente vasto, ma nel prossimo articolo – che scriverò nei prossimi giorni – voglio spiegarvi alcuni esperimenti, fatti con la risonanza magnetica funzionale, che dimostrano l’esistenza di questi circuiti anche nell’uomo, cercherò poi di farvi capire a che cosa ci servono e, infine, spero di riuscire a mostrarvi le evidenze che correlano alcune forme di autismo al “non-corretto funzionamento” dei neuroni specchio.

Per qualsiasi informazione, sapete dovete contattarmi:

Depressione

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Eccoci all’argomento tanto atteso: la depressione.

Se avete letto “cenni di neurofisiologia“, sarete avvantaggiati nella lettura di questo articolo.

Iniziamo subito con una rapida carrellata sui principali sintomi della depressione.

Andando avanti con la lettura, capiremo che esiste un vero e proprio corrispettivo logico tra la sintomatologia del disturbo depressivo e la sua eziologia biologica.

Essendo un disturbo dell’umore, il primo sintomo – quello più evidente – è la tristezza.

Non si tratta di una tristezza normale, fisiologica; è “qualcosa” che si avvicina più alla disperazione.

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L’eloquio, nel depresso, cioè il suo modo di esprimersi e di parlare, appare rallentato, così come lo è anche il suo pensiero.

Esiste infatti un nesso tra la velocità del linguaggio e quella del pensiero.

La disperazione è quasi sempre generatrice di ansia.

Avevamo già visto, nell’articolo sul disturbo d’ansia, come l’ansia e la depressione molto spesso vadano a braccetto.

Il depresso arriva quindi a essere disperato, ansioso; non riesce più a dormire bene durante la notte.

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L’insonnia è il terzo sintomo principale della depressione
, dopo l’ansia e la disperazione.

Notate come questi tre sintomi appaiano in sequenza: la disperazione provoca l’ansia e quest’ultima è causa dell’insonnia.

Ma non finisce qui – purtroppo – perché dal punto di vista clinico, l’insonnia, è un problema molto grave.

Infatti, essa è la “madre” di tutti gli altri sintomi della depressione: stanchezza, sonnolenza diurna, mancanza di appetito, con conseguente perdita di peso, e calo del desiderio sessuale.

Ricordiamoci dell’insonnia.

Dopo questo breve excursus sui sintomi, dobbiamo fare un passo indietro nel tempo per capire come si è arrivati a scoprire le cause che determinano il problema.

Non dobbiamo andare troppo indietro.

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Siamo all’inizio degli anni cinquanta.

All’epoca, nessuno riusciva a inquadrare le cause biologiche del disturbo depressivo; però, come spesso accade nella ricerca, la prima indicazione valida arrivò da una scoperta casuale.

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L’ipertensione era una delle patologie croniche più diffuse nel mondo occidentale, così come lo è ancora oggi.

Furono sperimentati diversi farmaci contro l’ipertensione.

Uno di questi fu la reserpina.

La reserpina funzionava abbastanza bene come antipertensivo, ma aveva un effetto collaterale: provocava la depressione nel 20% dei pazienti che la utilizzavano.

I medici cercarono di capire il motivo di questo effetto collaterale.

Si sapeva che la reserpina esplicava il suo effetto antipertensivo inibendo le catecolamine: noradrenalina e dopamina.

Quindi, si pensò che questi neurotrasmettitori fossero implicati nella genesi del disturbo depressivo.

Fu allora che nacque la più importante delle ipotesi, quella che oggi va sotto il nome di ipotesi delle ammine biogene.

Secondo questa ipotesi, la depressione, dal punto di vista biologico, è causata dal deficit di alcuni neurotrasmettitori: in primis, serotonina, dopamina e noradrenalina.

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Quella della reserpina, tuttavia, non era ancora una prova valida.

Serviva una prova più efficace.

La prova non tardò ad arrivare, questa volta da un antibiotico.

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Fino agli anni cinquanta, la tubercolosi continuava a fare vittime in tutto il mondo – era una delle malattie infettive più pericolose.

La tubercolosi è causata da un batterio, il Mycobacterium tuberculosis.

Nonostante la scoperta degli antibiotici, da parte di Fleming, a fine anni 20′, il batterio della tubercolosi continuava a essere resistente a qualsiasi farmaco.

Nel 1951, i ricercatori scoprirono un nuovo antibiotico per trattare la tubercolosi: l’isoniazide.

Fu una vera e propria rivoluzione in campo medico-scientifico.

Il batterio era molto sensibile all’antibiotico e la tubercolosi era diventata finalmente curabile.

Il farmaco aveva qualche effetto collaterale, come un po’ tutti gli antibiotici, ma c’era una caratteristica che lo rendeva diverso dagli altri.

Ebbene, quando una persona si ammala non è raro che soffra di depressione, anzi, è un fenomeno molto comune.

Molti pazienti affetti da tubercolosi, per esempio, oltre a essere malati, si sentivano depressi.

I medici notarono che, in seguito all’assunzione dell’isoniazide, i pazienti, non solo guarivano dalla tubercolosi, ma miglioravano anche il tono dell’umore.

Perché?

Vi ricordate i tre metodi per spegnere gli effetti di un neurotrasmettitore?

L’isoniazide, oltre a fungere da antibiotico, agisce sul primo metodo: inibisce un enzima chiamato monoammino ossidasi (MAO), che ha il compito di distruggere la serotonina e la noradrenalina.

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Inibendo questo “enzima distruttore”, le concentrazioni di serotonina e noradrenalina aumentano e la sintomatologia depressiva diminuisce.

Quella dell’isoniazide fu la prova del nove: l’ipotesi delle ammine biogene era valida.

Per spiegare tutte le cause biologiche, mancano solo due sostanze all’appello: la melatonina e il cortisolo.

La melatonina è un ormone prodotto dalla ghiandola pineale, viene sintetizzata a partire dalla serotonina e ha il compito di regolare il ciclo sonno-veglia.

Le persone depresse hanno una ghiandola pineale che non funziona come dovrebbe e questo incide tantissimo sulla depressione (Depression).

Dato che il paziente depresso ha un ciclo sonno-veglia alterato, la ghiandola pineale cerca di produrre più melatonina possibile.

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Lo fa per regolare l’omeostasi, l’equilibrio dell’organismo.

Ma per produrre melatonina, la ghiandola pineale deve necessariamente consumare serotonina.

A furia di produrre melatonina e consumare serotonina, la sintomatologia depressiva aumenta.

Ecco perché l’insonnia è un punto chiave nella depressione.

Il secondo ormone coinvolto è il cortisolo.

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Questo ormone è prodotto dalle surrenali, due ghiandole piccoline che si trovano sopra i reni.

Viene prodotto soprattutto quando siamo stressati e ha il compito di aumentare i livelli di zucchero nel sangue.

Il paziente depresso, essendo ansioso e soffrendo d’insonnia, è anche stressato: le sue surrenali producono cortisolo in maniera esagerata – e questo è un problema.

E’ un problema perché, aumentando i livelli di zucchero, il cortisolo diminuisce l’appetito – ecco perché chi soffre di depressione mangia poco e tende a dimagrire.

Inoltre, il cortisolo abbassa le difese immunitarie – le persone depresse sono più soggette ad ammalarsi – ed è anche “nocivo” per il cuore – studi dimostrano che la depressione è un fattore di rischio per ictus e infarti.

Altre cause

Abbiamo visto come ci sia una spiegazione biologica a tutti i sintomi della depressione.

Naturalmente questo discorso è valido, ma ci sono molti altri fattori che possono scatenare il disturbo depressivo.

Molte cause sono psicologiche, un trauma, per esempio, oppure un lutto.

Altre sono organiche.

Per esempio, molti malati di sclerosi multipla soffrono di depressione – per due motivi:

1. perché, psicologicamente, questi pazienti vedono la propria qualità di vita ridotta – depressione reattiva.

2. perché, nella sclerosi multipla, la mielina, che funge da isolante per i fili elettrici di cui parlavamo ieri, viene distrutta.

Senza la giusta corrente elettrica, i neuroni non possono scambiarsi adeguatamente la serotonina e la depressione prende il sopravvento.

In poche parole avviene un cortocircuito, così:

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Come si cura la depressione?
La combinazione tra psicoterapia cognitivo-comportamentale e terapia farmacologica è l’arma più efficace, così come lo è anche nel disturbo d’ansia e in quello di panico.

Che farmaci si utilizzano?

Esistono diverse possibilità farmacologiche, le più importanti sono:

– antidepressivi triciclici – ormai in disuso per via dei loro effetti collaterali.
– inibitori delle monoamino ossidasi (I-MAO) – ruolo analogo all’isoniazide.
– inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI) – i più utilizzati.
– agomelatina – coinvolta nel metabolismo di melatonina e serotonina.

Data la presenza di ansia e insonnia, all’interno del disturbo depressivo, talvolta vengono associate alcune benzodiazepine.

Come già detto in precedenza, gli antidepressivi sono farmaci che hanno una cinetica di azione lenta, per cui richiedono qualche settimana prima di iniziare a fare effetto.

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Conclusione e consigli generali

Come avete visto, la depressione non è “semplice tristezza” come spesso – ed erroneamente – viene indicata.

E’ una patologia seria, pericolosa, che non va mai sottovalutata.

Il messaggio principale che voglio lasciarvi è il seguente:

Molto spesso, si tende a vedere la depressione come una malattia mentale e pertanto poco seria.

Non c’errore più grave.

Fidatevi.

Non so se ci avete fatto caso, ma io vi ho elencato quasi tutti i sintomi della depression, tranne l’ultimo: il suicidio.

Si stima che circa il 7% delle persone affette da depressione finiscano per suicidarsi.

La prevalenza mondiale della depressione è di circa il 10-15%.

Siamo in sei miliardi sul pianeta.

Fate voi il conto di quanti morti è in grado di fare la depressione.

Non voglio spaventare nessuno, ma i dati parlano chiaro e, da futuro medico, mi sento in dovere di sensibilizzare il più possibile su questo disturbo.

Bene, credo che abbiamo detto tutto – anche se in realtà, la depressione, rimane un argomento vastissimo.

Come sempre, spero che l’articolo sia stato di vostro gradimento.

Per discussioni, commenti, domande, chiarimenti, potete contattarmi su @andpalmieri o su @neuronevrotico.

Un saluto e al prossimo articolo.

Cenni di neurofisiologia

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Il prossimo articolo che scriverò, come sapete, riguarderà la depressione.

Un disturbo dell’umore molto debilitante.

Ci sono diversi disturbi dell’umore.

  • Disturbo distimico (Distimic disorder), al limite tra fisiologico e depressione
  • Disturbo bipolare (Bipolar disorder), che oscilla tra la depressione e la mania
  • Disturbo depressivo maggiore, caratterizzato da una “tristezza” patologica

Noi ci occuperemo di quest’ultimo.

Per quanto riguarda le cause che portano alla depressione (depression), ne abbiamo tre:

  • psicologiche, sociali
  • organiche
  • biologiche

Siccome non sono uno studente di psicologia o sociologia, mi risulta complicato darvi una spiegazione delle cause del disturbo sotto questo aspetto.

Farò quindi un breve accenno alle cause organiche e ci concentreremo di più sulle cause biologiche.

Dato che l’approccio del prossimo articolo sarà molto scientifico, prima di pubblicarlo, ritengo necessario spiegarvi come funziona il cervello – approssimativamente.

Vi avviso: non sarà semplice, ma neanche impossibile.

Non dovete vederla come una seccatura.

Ricordate che tutto ciò che imparate è a vostro favore: la conoscenza è un tesoro inestimabile che acquisite e io sono più che felice di condividerla con voi.

Lo faccio per pura passione e interesse verso certi argomenti.

Inoltre, ritengo che certe informazioni vadano divulgate; soprattutto perché, nell’ambito della depressione, c’è ancora molta confusione in giro.

Quindi, insieme e con calma, cominciamo a vedere come funziona quello che è in assoluto il mio organo preferito: il cervello.

CERVELLO: RISONANZA 3D SCOVA TRAUMI NASCOSTI IN FASCI NERVI


Il tessuto nervoso è costituito da vari tipi di cellule con nomi stranissimi: oligodentrociti, astrociti, ependimociti ecc.

Sono indubbiamente cellule essenziali per il corretto funzionamento del sistema nervoso centrale, ma sono comunque cellule accessorie.

Ciò che a noi interessa è il neurone,la cellula più importante e funzionale del cervello.

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Che ci crediate o meno, il nostro corpo funziona a corrente elettrica.

Siamo attraversati da vere e proprie scariche di elettricità, chiamate potenziali d’azione.

Per esempio, se adesso possiamo leggere questo articolo è grazie alla corrente elettrica che sta viaggiando attraverso i nostri neuroni.

Questa elettricità può essere misurata tramite l’EEG – elettroencefalogramma – uno strumento che permette di verificarne l’andamento.

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In linea di massima, quando l’EEG è silente, cioè non mostra più segni d’elettricità, significa che l’individuo è morto.

Questo dimostra che, senza questa elettricità, noi, in quanto essere pensanti, non potremmo esistere.

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I neuroni, per permetterci di pensare, di muoverci, di provare emozioni ecc. devono scambiarsi questa elettricità, come all’interno di un circuito pieno di fili elettrici.

Il “problema” è che i neuroni non sono uniti tra di loro direttamente.

Tra un neurone e l’altro c’è sempre uno spazio, un gap, un’interruzione.

Il luogo dove si verificano queste interruzioni si chiama sinapsi.

Prendiamo in considerazione due neuroni, nell’ambito di una sinapsi.

Il primo neurone, lo chiameremo “neurone A” o presinaptico, il mittente della corrente elettrica.

Il secondo, lo chiameremo “neurone B” o postsinaptico,il destinatario della corrente elettrica.

Questi due neuroni, A e B, fanno parte di una sinapsi e l’interruzione che li separa si chiama spazio (o vallo) sinaptico.

Il neurone A viene attraversato, in tutta la sua lunghezza, dalla corrente elettrica.

Quando giunge alla fine del neurone A, la corrente elettrica non può andare direttamente sul neurone B, perché c’è lo spazio che li divide.

Per fare passare la corrente da A a B, il neurone presinaptico si fabbrica una sostanza chimica, una molecola, che si chiama neurotrasmettitore.

Per usare una metafora: dato che il neurone A è il mittente, il neurotrasmettitore è la busta dentro cui è presente il messaggio da mandare al neurone B, che è il destinatario.

Il passaggio della corrente sul tratto terminale del neurone A provoca l’espulsione del neurotrasmettitore nello spazio sinaptico.

Usciti dal neurone A, i neurotrasmettitori si legano a particolari recettori presenti sul neurone B.

Il legame tra il neurotrasmettitore, liberato da A, e il recettore, presente su B, attiva una serie di meccanismi che determinano degli effetti sul neurone B.

Cosa s’intende per “effetti”?

Ebbene, i neurotrasmettitori sono di due tipi:

  • eccitatori: se il legame tra neurotrasmettitore e recettore rigenera la corrente.
  • inibitori: se il legame tra neurotrasmettitore e recettore spegne la corrente.

Se viene rigenerata la corrente l’effetto è eccitatorio: il neurone B viene attivato, si “sveglia”.

Se viene spenta la corrente l’effetto è inibitorio: il neurone B viene inattivato, si “addormenta”.

Quindi i neurotrasmettitori, a seconda della loro natura, si comportano come degli interruttori: possono o accendere o spegnere i neuroni.

Tra i neurotrasmettitori eccitatori ricordiamo: la serotonina, la dopamina, l’acetilcolina, la noradrenalina e il glutammato.

Tra i neurotrasmettitori inibitori: il GABA e la glicina.

Nell’immagine qui sotto potete vedere in maniera visiva il meccanismo che ho appena spiegato.

Sinapsi

Rimane un ultimo concetto, fondamentale, da capire.

I neurotrasmettitori sono interruttori: accendono o spengono, spengono o accendono, ma non possono fare altro, non possono “automodularsi”.

Per esempio: se un determinato neurotrasmettitore viene liberato dal neurone A, gli effetti sul neurone B continuano fino a quando il neurotrasmettitore non scompare dallo spazio sinaptico.

Quindi, se si vuole fermare un effetto bisogna pulire lo spazio sinaptico e ci sono tre modalità per farlo:

  1. Il neurotrasmettitore, presente nello spazio sinaptico, viene distrutto da particolari enzimi.
  2. I recettori, presenti nel neurone B, vengono inglobati all’interno di B.
  3. Il neurotrasmettitore, presente nello spazio sinaptico, viene ripescato dal neurone A per poi essere riutilizzato in seguito.
reuptake


Questa terza modalità è la più utilizzata, perché consente di risparmiare molta energia al neurone A – in gergo si definisce reuptake del neurotrasmettitore.

Il reuptake è mediato da particolari proteine presenti sul neurone A.

Ricordiamoci di questo “reuptake”.

Perché ho voluto raccontarvi tutte queste cose?

Perché la comprensione di questo articolo vi consentirà di avere quella conoscenza necessaria per capire i meccanismi molecolari che intervengono nel disturbo depressivo maggiore.

Nel prossimo articolo analizzeremo la depressione da un punto di vista clinico e neuroscientifico.

Faremo un viaggio nel tempo, per capire come si è arrivati alla conoscenza delle cause biologiche che determinano questo disturbo.

Infine, vedremo che esiste una correlazione netta tra ciò che accade all’interno del cervello e i sintomi della depressione.

Vi aspetto quindi al prossimo articolo che cercherò di pubblicare il prima possibile.

Un saluto.

Sistema immunitario e nervoso: il collegamento nascosto

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Nell’immagine di copertina è possibile vedere uno stimolatore impiantabile del SetPoint Medical in grado di stimolare il nervo vago. Non è stato ancora testato sull’uomo.

Credit: Patrick T. Fallon Nature doi: 10.1038/545020a

La signora di Amsterdam

La nostra storia comincia ad Amsterdam.
Qui vive Katrin, una signora di 70 anni che, nonostante la sua veneranda età, dimostra di non avere mai perduto quell’entusiasmo che da sempre l’ha contraddistinta in tutto ciò fa.

Può sembrare strano, e per certi aspetti insolito, ma quello che Katrin fa nella vita è l’istruttrice di fitness in un centro sportivo presso Grachten- gordel, uno dei tanti quartieri della città.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: che cosa spinge una signora di questa età a fare proprio quel tipo di lavoro? Ebbene, le motivazioni possono essere tante, ma non voglio entrare troppo nel dettaglio. Sì, perché, in effetti, non è questo il motivo che rende così enigmatica la figura di questa signora. Quello che rende realmente interessante questo caso è che ogni giorno – per sei volte al giorno – Katrin si ferma e smette di fare qualsiasi cosa lei stesse facendo in quel momento. Si mette una mano in tasca dove tiene custodito un oggetto metallico, una specie di piccolo mag- nete, lo prende e lo pone a diretto contatto sul collo, appena qualche centimetro sopra la clavicola di sinistra. Non appena il magnete le sfiora il collo, per una sessantina di secondi Katrin avverte una sorta di leggera e piacevole vibrazione a livello della gola. Se durante questo breve lasso di tempo Katrin prova a parlare, la sua voce diventa all’improvviso tremolante, vibrante.

Quello che la signora sta facendo, per quanto a prima vista possa apparire bizzarro, in realtà, non è assolutamente nulla di così anormale. Si tratta infatti di una tecnica che prende il nome di “stimolazione vagale” e che esiste già da almeno una quindicina di anni. La tecnica si avvale di un dispositivo chiamato VNS – acronimo di Vagal Nerve Stimulation. Questo dispositivo è costituito da diverse componenti: abbia- mo una componente, esterna al corpo, che al suo interno contiene una piccola batteria e che ha il compito, né più né meno, di generare impulsi elettrici. Questi segnali elettrici vengono convog- liati tramite l’utilizzo di elettrodi diretta- mente al nervo vago, un lunghissimo nervo che, partendo dal tronco encefali- co, con le sue numerose diramazioni arriva ad innervare le zone e gli organi collocati nei posti più disparati dell’or- ganismo: cuore, stomaco, quasi tutto l’intestino, laringe, polmoni e così via. Una volta che i segnali elettrici, proveni- enti dal generatore, raggiungono questo nervo, vengono poi convogliati nel midollo allungato o bulbo, che è la zona del sistema nervoso centrale da cui esso origina.

Come dicevo poc’anzi, la stimolazione del nervo vago viene già utilizzata da più di un decennio nella profilassi delle crisi epilettiche e solamente a partire dai primi anni 2000 è stato approvato il suo utilizzo per il trattamento di alcune forme di depressione.

Il punto cruciale di tutto questo discorso, tuttavia, è che Katrin non soffre di epilessia e neanche di depressione. Il motivo per cui la signora in questione utilizza la stimolazione vagale è che da circa dieci anni ha iniziato a soffrire diartrite reumatoide.
Bene. Ma che cosa c’entra l’artrite reumatoide, una malattia infiammatoria, cronica, a patogenesi autoimmune, che distrugge letteralmente articolazioni e altri tessuti anni e che ha quindi a che vedere con il sistema immunitario, con il nervo vago che invece fa parte del sistema nervoso?


Ecco, a questo punto il discorso si fa estremamente interes- sante. Perché volenti o nolenti siamo arrivati alla domanda cardine di questa storia: Esiste una correlazione tra sistema nervoso e i sistema immunitario?

Ebbene, i due sistemi apparentemente sono diversissimi tra di loro e, se non fosse per il fatto che entrambi condividano la caratteristica unica di essere gli unici due sistemi del nostro organismo a possedere una memoria, sembrerebbe- ro addirittura due cose che non hanno nulla in comune tra di loro. Il sistema nervoso effettivamente ha un suo proprio sistema immunitario “interno”, si chiama “microglia”. Sono dei macrofagi, delle cellule spazzino, che hanno il compito di fagocitare detriti e altre sostanze che potrebbero essere dannose per i neuroni. Ma se volessimo paragonare queste cellule della microglia al sistema immunitario propriamente detto, non ci sarebbe proprio paragone. Questo è il motivo per cui molte infezioni che coinvolgono il cervello sono molto pericolose e spesso fatali, proprio perché sia in termini di quantità che di potenza, quella “bozza” di sistema immunitario ancestrale presente nel nostro cervello, è decisamente inferiore a quella del più raffinato ed evoluto sistema immunitario propriamente detto, che nel suo arsenale bellico può vantare non solo di macrofagi, ma anche di globuli bianchi (neutrofili, eosinofili, basofili), linfociti, plasmacellule, anticorpi e via dicendo.

Tuttavia, nonostante le loro differenze, anatomiche, funzionali, fisiologiche, effettivamente qualche correlazione tra i due sistemi c’è: il fatto che Katrin utilizzi la stimolazione vagale (nervosa) per attenuare i sintomi di una malattia infiammatoria autoimmune, rappresenta probabilmente quello che è il traguardo finale di un lungo ed estenuante ventennio di ricerche finalizzate a trovare e a comprendere un ipotetico nesso tra il sistema nervoso e quello immunitario.

Per comprendere a pieno questo nesso dobbiamo fare un salto nel passato e trasferirci da Amsterdam a New York, precisamente al Feinstein Institute for Medical Research.

Qui lavora uno dei più importanti neurochirurghi al mondo, il dottor Kevin J. Tracey. Il dottor Tracey è in assoluto il maggior sostenitore di questa elegante teoria che vede il sistema immunitario connesso al sistema nervoso centrale e, sempre secondo Tracey, il punto di contatto fra i due sistemi sarebbe rappresentato proprio dal nervo vago.


Siamo nel 1998, quando il dottor Tracey stava studiando gli effetti di un nuovo farmaco sperimentale, il CNI-1493, conosciuto anche come Semapimod. Questo farmaco si era rivelato molto efficace nel ridurre i livelli sierici di una potente proteina prodotta dal sistema immunitario, il fattore di necrosi tumorale o TNF-α. Tuttavia, il motivo per cui Tracey stava studiando questa nuova molecola non aveva nulla a che fare col sistema immunitario. Essendo un neurochirurgo, voleva essere in grado di abbassare le concentrazioni di TNF-α in topi da laboratorio colpiti da ictus ischemico.

Quando si verifica un’ischemia a livello cerebrale, le cellule del sistema nervoso, i neuroni, muoiono e vanno in necrosi. In sostanza, non ricevendo più ossigeno, i neuroni cominciano ad andare in ipossia, la loro struttura cambia, si gonfiano e iniziano a riempirsi di acqua fino a scoppiare (lisi cellulare). Tutto il contenuto rilasciato all’esterno in seguito alla lisi cellulare provoca una forte reazione infiammatoria che non fa altro che peggiorare il quadro clinico.

L’idea di Tracey era dunque quella di utilizzare questo nuovo farmaco per ridurre i livelli di TNF-α, e di conseguenzal’infiammazione, nelle zone del sistema nervoso colpite da ictus ischemico. Così provo ad iniettarlo direttamente nel sistema nervoso dei topi di laboratorio e, sì, effettivamente la componente infiammatoria si riduceva in maniera impressionante, ma ciò che colpì immediatamente l’attenzione del dottore fu un fatto del tutto inaspettato.

Tecnicamente, iniettando il farmaco direttamente nel cervello dei topi, la risposta antinfiammatoria sarebbe dovuta essere limitata solamente al cervello, anche perché esiste un filtro, un setaccio costituito da cellule – stiamo parlando della famosa barriera ematoencefalica – che non permette in alcun modo a un farmaco iniettato nel liquor di raggiungere la circolazione sistemica Eppure, il risultato inatteso era che non solo i livelli di TNF-α si riducevano alivello cerebrale, ma anche a livello sistemico, cioè in tutto il resto dell’organismo. E le sorprese non finivano qui: perché successivi esperimenti, effettuati nello stesso identico modo, avevano dimostrato che quando il farmaco veniva iniettato nel sistema nervo- so aveva un’efficacia 100.000 volte maggiore rispetto all’efficacia dello stesso farmaco iniettato però per via venosa.

Ma come aveva fatto il farmaco a superare la barriera ematoencefalica? E perché la sua efficacia globale era così superiore se iniettato nel cervello anziché nel sangue?

Ebbene, Tracey, che è un medico veramente intuitivo, capì immediatamente che se c’era un motivo per cui tutto ciò accadeva, era da imputare al fatto che il farmaco agiva preferibilmente modulando una qualche via nervosa.

Sinapsi neuroimmunitaria tra una fibra nervosa e un tessuto linfoide

1. Il farmaco non poteva in alcun modo superare la barriera ematoencefalica e quindi se si aveva un effetto biologico al di fuori del sistema nervoso centrale, non era dovuto al farmaco bensì all’attività di un nervo che, partendo dall’en- cefalo, era in grado di raggiungere zone molto lontane dell’organismo, L’indiziato maggiore era il nervo vago, una vera e propria “autostrada neurale” in grado di controllare una marea di funzioni involontarie tra cui la frequenza cardiaca, il respiro, la peristalsi intestinale e via dicendo.

2. Dato che l’infiammazione diminuiva in tutto il resto del corpo, Tracey suppose ragionevolmente che in qualche modo il nervo vago regolasse anche l’attività del sistema immunitario.

Il punto di svolta si ebbe nei successivi esperimenti che confermarono queste due ipotesi. Infatti, Tracey ripetette lo stesso esperimento, questa volta però aveva deciso di porre degli elettrodi che potessero registrare l’attività elettrica del nervo vago una volta che il farmaco fosse entrato a contatto col sistema nervoso dei topi. Neanche a dirlo, pochi secondi in seguito all’iniezione del CNI-1493, il nervo vago mostrava quella che in gergo i neurofisiologi definiscono una “scarica di potenziali d’azione” ad alta frequenza. Quella era la prova che il farmaco, sì, riduceva i livelli di infiammazione nel cervello, ma in qualche modo riusciva anche a stimolare il nervo vago in modo che aumentasse la sua attività elettrica. La controprova? Fu molto semplice da ottenere. Recidendo il nervo vago, l’effetto antinfiammatorio scompariva in tutto il corpo, anche in presenza del farmaco.

E fu in quel momento che Tracey concluse che per ottenere la risposta antinfiammatoria sarebbe bastato stimolare elettricamente il nervo vago, senza utilizzare alcun tipo di farmaco.

Non solo. Visto che il nervo vago è implicato nelle più svariate attività involontarie del nostro organismo, sua la stimolazione potrebbe rappresentare un importante punto di svolta nel trattamento di numerose altre patologie che riguardano tutti quegli organi innervati da tale nervo. Basti pensare all’ipertensione arteriosa, il diabete o addirittura il morbo di Crohn.
Naturalmente, prima che una terapia possa essere utilizzata per il trattamento di certe patologie, devono essere effettuati numerosi esperimenti che rispettino tutti il rigido criterio del metodo scientifico. Il dottor Tracey effettuò tantissimi esperi- menti diversi per avvalorare sempre di più le sue ipotesi. L’esperimento cruciale si ebbe quando iniettò nei topi una dose letale di un’endotossina. Le endotossine sono compo- nenti della parete cellulare di cui sono costituiti esterna- mente i batteri, e quando entrano nel circolo sanguigno, l’animale è praticamente condannato a un susseguirsi di eventi a cascata tra cui infiammazione, insufficienza d’orga- no e infine la morte. Possiamo affermare che quello che accade nell’animale sia analogo a ciò che avviene nell’uomo durante lo shock settico.

E qui vorrei aprire una piccola parentesi: uno degli errori che si fa abbastanza frequentemente è quello di pensare che è l’agente infettivo a uccidere il suo ospite. Non è assolutamente così. Un agente infettivo, che sia esso un batterio, un virus, un parassita, quello che volete voi, non avrebbe alcun motivo di portare a morte l’ospite che sta infettando. Perché? Semplice- mente perché senza ospite non sarebbe in grado di trovare quelle condizioni adatte e favorevoli per replicarsi e continuare a prolifera- re. Dal loro punto di vista evolutivo, la nostra morte sarebbe svantaggiosa. Allora perché molte infezioni sono letali? Ebbene, che ci crediate o meno, il motivo risiede nel fatto che il nostro sistema immunitario si è evoluto con un unico compito importante da portare avanti: quello di non permettere, in alcun modo, la formazione di chimere all’interno del nostro organismo. La chimera, che nell’antica mitologia greca, era quel mostro con la testa di un leone, il corpo di una capra e la coda di un drago, in biologia altro non è che un organismo che al suo interno ha due o più popolazioni di cellule geneticamente differenti al suo interno. Fino a un certo limite, cioè quando un organismo geneticamente diverso non fa alcun danno o non trae un beneficio a senso unico dallo stare nel nostro organismo, si parla di simbiosi e il siste- ma immunitario lo tollera abbastanza bene – con tutte le possibili varianti sul caso. Ma quando un organismo geneticamente diverso inizia a trarre troppo vantaggio nel risiedere nel troppo corpo, il sistema immunitario si attiva e farà tutto ciò che gli è possibile pur di abbatterlo e, qualora tutto quanto l’arsenale molecolare bellico di cui dispone dovesse fallire, il sistema immunitario innesca una risposta talmente violenta da portare alla morte non solo il patogeno che ci ha infettati, ma anche lo stesso organismo di cui fa parte. È un po’ come quando nei film apocalittici decidono di radere al suolo una città per conte- nere un’infezione, è praticamente la stessa cosa.

Bene, chiarito questo concetto, torniamo a noi e agli esperimenti del dottor Tracey. Dopo avere iniettato l’endotossina batterica nel topo e prima che nell’animale potesse innescarsi uno shock settico, aveva provveduto a stimolare immediatamente il nervo vago con un elettrodo. Stimolando elettricamente il nervo vago, quindi senza farmaci, antibiotici e via dicendo, il topo non entrava in shock settico e i suoi livelli di proteine infiammatorie nel sangue si riducevano del 75%.

E fu proprio grazie a questo esperimento che Tracey vide l’enorme potenziale dell’elettrosti- molazione vagale nel trattamento delle malattie autoimmuni.


A quei tempi, come già detto in precedenza, le aziende vendevano già stimolatori impiantabili per coadiuvare la terapia antiepilettica, ma affinché questa tecnica potesse essere estesa anche alle malattie infiammatorie, autoimmuni, serviva un’immagine più chiara di come avrebbe potuto funzionare e soprattutto bisogna avere un quadro generale anche sui possibili effetti collaterali. Passarono quindici lunghi anni di sperimentazione in vivo sui topi da laboratori. Tracey doveva riuscire a spiegare nel dettaglio quello che accadeva, a livello molecolare, quando il nervo vago subiva la stimolazione elettrica. Ora, non voglio entrare troppo nel dettaglio e non starò certa- mente qui a descrivervi quindici anni di esperimenti, quello che invece vorrei raccontarvi è l’out come finale, ossia quello che effettivamente si riuscì a scoprire in questi quindici anni di esperimenti.


Ora scenderemo un po’ più nel dettaglio, ma non preoccupatevi, non è nulla di così complicato, anzi. Ci avveleremo di questa immagine presa direttamente dagli studi effettuati da Tracey per comprendere meglio il meccanismo.

Quando il dispositivo elettrico collegato al nervo vago comincia a mandare impulsi, il nervo vago si attiva e viene attraversato da una vera e propria scarica elettri- ca che arriva fino alla parte superiore della cavità addominale. In questa zona è presente una matassa di neuroni che tutti insieme prendono il nome di “plesso splenico”. Questo intricato gruppo di neuroni è in connessione sinaptica con il nervo vago. Vale a dire che quando la corrente elettrica (più precisamente, “potenziali d’azione) giungono fino al punto dove termina il nervo vago (quelle diramazioni a formazione di Y che vedete in blu nell’immagine), dal nervo vago vengono rilasciate molecole che si chiamano neurotrasmettitori. I neurotrasmettitori rilasciati dal nervo vago si vanno a legare a recettori presenti sulla superficie esterna dei neuroni che compongono il plesso splenico. Una volta avvenuto il legame tra neurotrasmettitori e recettori, si innescano dei nuovi segnali elettrici che attraversano tutti i nervi splenici, entrano nella milza. La milza è un organo linfoide, annesso al sistema immunitario, una sorta di “parcheg- gio” per le cellule immunitarie circolanti che si fermano al suo interno per un po’ prima di tornare a circolare nel sangue. Una volta che i segnali elettrici convogliati dai nervi splenici entrano nella milza, iniziano a rilasciare noradrenalina su particolari cellule che sono i linfociti T. I linfociti T, a loro volta, stimolati dalla noradrenalina, iniziano a secernere e rilasciare acetilcolina. L’acetilco- lina prodotta andrà a legarsi a recettori posti sulla membrana di un’altra cellula del sistema immunitario, il macrofago, che è proprio una di quelle cellule che rilasciano la proteina pro-infiammatoria TNF-α. Quando il macrofago lega l’acetilcolina, la sua produzione di TNF-α diminuisce drasticamente e con essa anche molti dei sintomi legati all’infiammazione.

Abbiamo finalmente chiaro qual è l’intima, complessa, ma al tempo stesso efficace, connessione fra il sistema nervoso e il sistema immunitario. Il nervo vago agisce da modulatore positivo sui nervi splenici che quando vengono attivati bloccano la produzione di TNF-α da parte dei macrofagi presenti nella milza.

È questo il motivo per cui, quando Tracey aveva somministrato l’endotossina all’animale, questo non era entrato in shock settico. Proprio perché stimolando il nervo vago, ha fatto in modo che l’acetilcolina prodotta a livello della milza prevenisse la produzione di TNF-α da parte dei macrofagi.

Tutte queste scoperte del dottor Tracey sono state di fondamentale importanza in quanto hanno dato un nuovo significato a una ricerca che andava avanti ormai da decenni. Pensate che già negli anni ’80 e ’90, un ricercatore di neuroanatomia di nome David Felten, dell’Università di Rochester, sempre a New York, era riuscito a scoprire, tramite microscopio, lo stesso tipo di sinapsi ibride composte da linfociti T, non solo nella milza, dove le aveva scoperte Tracey, ma anche in altri organi come linfonodi, timo e intestino.

Tutti questi neuroni che contraggono sinapsi con i linfociti T fanno parte di quella branca del sistema nervoso autonomo che prende il nome di sistema nervoso simpatico e che regola le risposte del corpo a determinati fattori di stress. Ma è quando avviene il contatto tra questi neuroni simpatici e i linfociti T che di fatto l’infiammazione riesce ad essere spenta, tramite il meccanismo che abbiamo visto prima.

Ma che ruolo potrebbe avere la scoperta di questa connessione a livello terapeutico?

Tantissimi ruoli, soprattutto nel trattamento delle malat- tie autoimmuni. Pensate che due ricercatrici gemelle, Lorton e Denise Bellinger, della Loma Linda University, in California, hanno scoperto che le fibre nervose del sistema simpatico, che dovrebbero spegnere la casca- ta infiammatoria tramite i linfociti T, risultano essere alterate in molti modelli murini di malattie immuni. La stessa situazione è stata osservata nell’essere umano. Quando per esempio avvengono numerosi stimoli infiammatori, per un po’ i nervi simpatici riescono a svolgere il loro ruolo antinfiammatorio. Ma se l’infiammazione diventa cronica, si ha una sovraespressione di noradrenalina che porta questi stessi nervi a “raggrinzirsi”, a ritirarsi dai linfociti T che a questo punto non sono più in grado di tenere a bada i macrofagi. Paradossalmente, con il cronicizzarsi della malattia infiammatoria, le fibre dei nervi simpatici tendono a ritornare nei tessuti che avevano abbandonato, ma lo fanno in modo anomalo, creando connessioni con altri sottogruppi di cellule immunitarie, diverse dai linfociti T. Questi nuovi circuiti neurali riorganizzati, anziché smorzare l’infiammazione come avveniva precedente- mente, non fanno altro che sostenerla. Inoltre, il proble- ma nelle malattie autoimmuni è che non sono solo i nervi simpatici diventano non funzionali, riorganizzan- dosi in circuiti proinfiammatori, ma anche il nervo vago stesso, che dovrebbe modulare questi circuiti e opporsi ad essi, finisce per diventare inattivo. È per questo che, potenzialmente, la stimolazione vagale potrebbe riattivarlo, ripristinando quell’equilibrio che fisiologica- mente era presente prima dell’instaurarsi della malattia autoimmunitaria.

Dalla ricerca alla pratica clinica

Innanzitutto, per passare dalla ricerca, la quale, comunque, ha mostrato ottimi risultati, alla pratica clinica, servono sperimentazioni cliniche. Stimolare il nervo vago presenta comunque degli effetti collaterali, quindi prima di approvare la tecnica per altre malattie bisognerà valutare i pro e i contro. Giusto per fare un esempio: il nervo vago, normalmente, ha il compito di aumentare l’acidità gastrica. Tanto è vero che una volta, quando non esistevano farmaci come l’omeprazolo, la terapia dell’ulcera gastrica era prevalentemente chirurgica e veniva fatta mediante vagotomia (resezione del nervo vago).

Quindi una stimolazione elettrica di tale nervo può avere come effetto collaterale l’acidità di stomaco o un abbassamento della frequenza cardiaca. Sono tutti effetti collaterali che i pazienti che soffrono di epilessia o di depressione e che utilizzano questa tecnica hanno sperimentato.

Nonostante ciò, Tracey e uno dei suoi ex studenti, Yaakov Levine, sono abbastanza ottimisti. Questo perché si è visto che le fibre del nervo vago coinvolte nella riduzione dell’infiammazione hanno una bassa soglia di attivazione – bastano solamente 250 micro- ampere (μA) che sono pari a un ottavo della quantità che normalmente viene utilizzata per sopprimere una crisi epilettica. Inoltre, sebbene le persone trattate per crisi epilettiche richiedano fino a diverse ore di stimolazione al giorno, gli esperimenti sugli animali hanno suggerito come basti un singolo breve shocksufficiente per bloccare la produzione di TNF-α da parte dei macrofagi fino a un massimo di 24 ore.

Dal 2011, nel corso di diversi anni, sotto la supervisione di Paul Peter-Tak, reumatologo presso l’Università di Amsterdam, a diciotto persone affette da artrite reuma- toide sono stati impianti stimolatori vagali, compresa Katrin.

Su 18 partecipanti al trial clinico, 12 persone, comprese Katrin, hanno potuto constatare un notevole migliora- mento nei sintomi per un periodo di 6 settimane. In questo periodo i testi di laboratorio hanno dimostrato che i livelli ematici di proteine infiammatorie, come il TNF-α e l’interleuchina-6 erano drasticamente diminuiti. Tali miglioramenti svanivano quando i dispositivi venivano spenti per due settimane, per poi ritornare nella norma quando la stimolazione vagale veniva ripresa.

Oggi Katrin continua ad utilizzare la stimolazione vagale per attenuare i sintomi dell’artrite reumatoide. Non ha abbandonato totalmente i presiedi terapeutici che prendeva prima di essere sottoposta al trial clinico.

a ancora le sue iniezioni settimanali di metotrexato, un antireumatico e assume la sua pillola giornaliera di Diclofenac, un antinfiammatorio non steroideo – ma è stata in grado di interrompere l’assunzione di alte dosi di steroidi immunosoppressivi che, effettivamente, sono, sì, farmaci molto potenti, ma anche quelli che presentano maggiori effetti collaterali. Da quando ha iniziato l’elettrostimolazione vagale, le articolazioni di Katrin sono migliorate abbastanza da consentirle di tornare a fare il suo lavoro.

Non rimane quindi da vedere se la stimolazione del nervo vago sia all’altezza delle aspettative. Il numero di persone che sono state trattate finora è decisamente esiguo – solo 25 individui in due studi completati. Purtroppo, diverse terapie spesso sembrano essere promettenti, soprattutto nei primi trial clinici, ma poi finiscono per “toppare” proprio negli appun- tamenti più importanti. Noi ci auguriamo fortemente che non sia così anche in questo caso, in quanto potrebbe essere l’inizio di un nuovo ed affascinante campo di studi, quello della neuroimmunologia, con prospettive clinico-terapeutiche molto interessanti.

Katrin era una delle oltre mille persone che hanno chiesto di essere inserite nel trial clinico per la stimolazione vagale.

Non avevo nient’altro – dice – lo volevo e basta.

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